Chiesa di Santa Croce

Casarsa della Delizia

La  vecchia Chiesa parrocchiale di Santa Croce sita in via XI Febbraio, risalente al XV secolo, è il monumento di maggior pregio artistico di Casarsa, oltre che il più caro alla memoria dei suoi abitanti. Insiste su un’area che in passato  presentava un più ampio e antico complesso di componenti. Oltre alla Chiesa, che conteneva sei altari, ne facevano parte infatti una sagrestia (demolita nel 1941), un fonte battesimale, un campanile e un’area cimiteriale.
Nel marzo del 1945 i bombardamenti alleati colpirono pesantemente l’edificio, distruggendo quasi del tutto la volta dell’abside e il lato sud dell’aula e compromettendo pesantemente i pregevoli affreschi dell’interno, di cui resta memoria visiva nella documentazione fotografica realizzata prima dei bombardamenti.
La cupola fu affrescata a partire dal 1536 da Pomponio Amalteo, con probabili interventi tra le vele dell’abside, andate perdute, di Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone, maestro e suocero dell’Amalteo.
Sono opera di quest’ultimo alcuni affreschi superstiti:  nelle pareti del coro, con le Storie della Santa Croce, tra cui una bellissima Deposizione di Cristo, e, nell’intradosso tra coro e aula, una Santa Agnese, superstite di un gruppo di Sante Martiri.
Alla mano del Pordenone è invece attribuita la Madonna con Santi, mentre sulla parte destra, in un frammento d’affresco in cui si intravvedono le teste della Madonna e del Bambino, è leggibile l’intervento del pittore minore Pietro da San Vito (inizio XVI secolo).
Recenti scavi archeologici hanno permesso di definire il perimetro originario della chiesa, prima della parziale demolizione attuata nel periodo 1877-1878 per ricavare materiale edilizio utile alla costruzione dell’attuale chiesa parrocchiale.
La Chiesa di Santa Croce, il “glisiùt” dei casarsesi, è molto importante per  la biografia letteraria di Pasolini. Al suo interno, infatti, si trova la lapide votiva che ricorda l’invasione turca del 1499,  episodio storico da cui il poeta trasse ispirazione per la stesura nel maggio 1944 del dramma in friulano I Turcs tal Friúl.
La lapide si trovava in passato nella piccola Chiesa della Beata Vergine delle Grazie, che fu costruita e completata con pitture e decorazione nel 1529 in segno di ringraziamento alla Vergine per la salvezza dalla minaccia turca. Dopo la demolizione di questo piccolo luogo di culto nel 1880, la lapide fu trasferita nella Chiesa di Santa Croce, dove ora è visibile sulla parete sud dell’aula.

Le parole di Pasolini

Casarsa, il "paìs" al centro di tanti piccoli borghi

"III. 2. Ciasarsa a par messa propri tal mies di ducius chistus paesùs. Coma tal centri di una circonferenza i ragios, tantis stradutis la lein a chei. Lunc il cors dal Tajamint, par la strada di Spilumberg, vers li montagnis, eco Valvason. Antic paìs, scur, cun biela e palida zent. Li ciasis vecis e tristis  a an dutis i portics, pissuis e scurs. In mies, il castel, abitàt adess da puora zent, col fossal plen di erbatis. Pasin in mies a li plassutis, e aghis verdis e vecis ca passin ca e la [...] fra li ciasis. Da Valvason, i podin scuminsià il giru, che, avint par centri Ciasarsa, al finis, n’altra volta dongia l’aga, a San Vit: e diciu chistus paesùs a an la so strada ca li leia al nustri paìs. […]

V. Forsi enciamò un dusint pass in davour vers Udin, e prima di rivà al Municipi, a si jodeva na strada cha va in sò, encia ic, vers Pordenon: chistu a è il Borc, dula ca son la Lataria e il Forno. Sint enciamò indavour si tornarà ta la plassa da la Bandiera; ulì, ad angul ret cul stradon, a è una strada, "Via Roma", ca ni puartarà a la Stasion, cun un gran plassal devant e cun grandis ciasis abastansa novis: la Stasion, l’Alberc “Leon d’Oro”, la ciasa dai feroviers. Dal plassal a si va, passant la ferovia, vers San Zuan. Pi in là una straduta va al Dopolavoro, al Cine. Fra la plassa da la Bandiera e il plassal da la Stasion, una strada squasi di ciampagna a puarta vers la Glisiuta, - na vecia capela – li Scuelis, la Canonica. Prima di entrà tal paìs da la part di Udin i erin passas dongia il Borc da li Agussis, il pì grassious, vert e rustic di Ciasarsa, cun salici e aghis.

IX. Li ciasis in mies dal paìs a no son ne vecis ne novis; ciasi di porès. Nissuna grasia, nissun louc singular ta la so disposision. Il casu pi vuarp [...] a li à tacadis una a che altra. Il paìs a si stend da Nord a Sud perpendicular al stradon asfaltat ch’al va a Udin, che, cun na dopla curva a passa propit in miès da li dos plassis pi importants dal paìs. Vignint da Udin si incuntra prima la plassa de la Bandiera, largia e grisa, e po, davour dal stradon asfaltat, si riva a la plassa dal Munissipi, dulà ca è encia la Glisia, il monumint, la ciasa dai cons; il stradon, tajand il borc Pordenon, al va propri vers Pordenon e po Venesia; il borc Pordenon a è un’unica strada, largia, cu lis ciasis vecis, grisis, fracadis. Ma, se, rivas alla plassa dal Munissipi, inveci di zi in devant, si va su a destra, si rivarà tal borc Valvason, ta la strada,appunt, ca va a chel paìs. Il borc al è puaret e scur, cu li ciasis forsi pì vecis dal paìs. Pì di là si va encia al cimiteri nouf."

[Tr.: III.2. Casarsa sembra messa proprio nel mezzo di tutti questi paesetti. Come i raggi  nel centro di una circonferenza, tante stradine la legano a quelli. Lungo il corso del Tagliamento, per la strada di Spilimbergo, verso le montagne, ecco Valvasone. Antico paese, scuro, con gente bella e pallida. Le case vecchie e tristi hanno tutte i portici, piccoli e scuri. In mezzo, il castello, abitato ora da povera gente, con il fossato pieno di erbacce. Passiamo in mezzo alle piazzette, e acque verdi e vecchie, che passano qua e là […] fra le case. Da Valvasone, possiamo  cominciare il giro, che, avendo per centro Casarsa, finisce, un’altra volta vicino all’acqua, a San Vito: e tutti questi paesetti hanno la loro strada che li lega al nostro paese. […]

III. Forse ancora duecento passi indietro alla volta di Udine, e prima di arrivare al Municipio, si vedeva una strada che va in giù, anche lei, verso Pordenone: questo è il Borgo, dove ci sono la Latteria e il Forno. Andando ancora indietro si tornerà nella piazza della Bandiera; lì, ad angolo retto con lo stradone, c’è una strada, “Via Roma”, che ci porterà alla Stazione, con un grande piazzale davanti e con grandi case abbastanza nuove: la Stazione, l’Albergo “Leon d’Oro”, la casa dei ferrovieri. Dal piazzale, si va, oltrepassando la ferrovia, verso San Giovanni. Più in là una stradina va al Dopolavoro, al Cinema. Tra la piazza della Bandiera e il piazzale della Stazione, una strada quasi di campagna porta verso la chiesetta – una vecchia cappella – le Scuole, la Canonica. Prima di entrare nel paese dalla parte di Udine eravamo passati accanto al Borgo delle Aguzze, il più grazioso, verde e rustico di Casarsa, con salici e acque.

IX. Le case in mezzo al paese non sono né vecchie né nuove; case di poveretti. Nessuna grazia, nessun luogo singolare nella sua diposizione. Il caso più cieco […] le ha unite l’una all’altra. Il paese si stende da Nord a Sud perpendicolarmente allo stradone asfaltato che porta a Udine, che, con una doppia curva passa proprio in mezzo alle due piazze più importanti del paese. Arrivando da Udine si incontra prima la piazza della Bandiera, larga e grigia, e poi dietro lo stradone asfaltato, si arriva alla piazza del Municipio, dove c’è anche la Chiesa, il monumento, la casa dei conti; lo stradone, tagliando il borgo Pordenone, va proprio verso Pordenone e poi Venezia; il borgo Pordenone è un’unica strada, larga, con le case vecchie, grigie, schiacciate. Ma, se, arrivati alla piazza del Municipio, invece di andare avanti, si va a destra, si arriverà al Borgo Valvasone, nella strada, appunto, che va a quel paese. Il borgo è povero e scuro, con le case forse, più vecchie del paese. Più in là si arriva anche al cimitero nuovo.]


Quasi con la perizia di un cartografo, Pasolini delinea con precisione la mappa geografica dei piccoli paesi che fanno corona intorno a Casarsa e le si collegano attraverso un reticolo di strade e viottoli.
Il brano in friulano è tratto dal manoscritto Vita, ora custodito nell'Archivio del Centro Studi Pasolini di Carsarsa e rimasto inedito fino al 1995, quando è stato pubblicato nel volume Ciasarsa, San Zuan, Vilasil, Versuta curato da Gianfranco Ellero per le edizioni della Società Filologica Friulana.

Edizione consultata:

Ciasarsa, San Zuan, Vilasil, Versuta, a cura di Gianfranco Ellero, Ed. Società Filologica Friulana, Udine, 1995, pp. 469-475.

Due Casarse

"(…) D’altra parte – a causa delle esperienze infantili rimaste inalterate nella memoria – esistono due Casarse nettamente distinte: quella della realtà e quella dei sogni. Per esempio nella Casarsa dei sogni, il paese non finisce dietro la chiesa; al contrario, proprio lì dietro sorge una cattedrale un po’ in rovina, di un seicento rustico dal fasto orientale, le cui pareti, in parte crollate, lasciano vedere gli affreschi dell’interno, con azzurri un po’ freddi e forme vagamente gotiche; e dietro questa cattedrale (che è la vera chiesa di Casarsa) c’è una profonda e verde vallata, in fondo a cui scorre un ruscello, e qui l’aria è stranamente più toscana o laziale che friulana.
E ancora, per via Roma, a destra prima della casa dei Lucchesi, c’era un muretto, con dietro dei tigli: da bambino non riuscivo a capire cosa ci fosse dietro quel muretto (ricordo perfettamente invece l’odore “storico” dei tigli), e così adesso qualche volta me lo sogno, sempre uguale: si tratta di una ripida china, con degli arbusti, stranamente grandiosa, come l’argine di un grande fiume; e anche lì, in fondo, scorre un ruscello.
Ciò che è andato veramente perduto, sia nella Casarsa della realtà, che nella Casarsa dei sogni, sono le rogge. E queste le rimpiangerò tutta la vita. Con la Latteria, e la Cooperativa, le rogge sono cose “di un tempo”, anteriori alla trasformazione capitalistica, e cioè perdute nei secoli dell’epoca contadina, senza soluzione di continuità con le selve romanze, con le invasioni dei barbari, con la chiesa di Cristo. Ora tutto ciò è finito, in una rapida evoluzione, di cui ci vantiamo. E tuttavia non vogliamo, ancora, arrenderci a dimenticare."


Il brano si riferisce alla Presentazione che Pasolini scrisse nel 1969 per il libro in ricordo del  "Cinquantenario della Società Cooperativa di Consumo 1919-1969 di Casarsa della Delizia".

Edizione consultata:

Ciasarsa, San Zuan, Vilasil, Versuta, a cura di Gianfranco Ellero, Società Filologica Friulana, Udine, p. 11.

Una fotografia del '29

“Rivedo una fotografia del ’29, in cui io con un vestito a righe marroni e bianche, compaio sul balcone della Canonica, insieme a una trentina di fanciullini, miei compagni di classe. E' straordinario, ancora non mi riesce di commuovermi di fronte al mio aspetto fiero, al mio ciuffo impudente, alla tenerezza di bronzo della mia carnagione; ancora  non mi riesce di non pensare a quel Pier Paolo, come a una specie di Telemaco o di Astianatte, ma già rotto alle avventure più seducenti. Eppure so assai bene so assai bene cos'era quel ragazzino: era, mitologicamente, qualcosa come un incrocio fra Catone e un piccolo Belzebù.”


I dispetti, racconto autobiografico di Pasolini, è uscito il 22 giugno 1947 su "Il progresso d'Italia". E' stato poi ripubblicato anche in Poesie e pagine ritrovate, a cura di Andrea Zanzotto e Nico Naldini, Lato Side 25, Verona 1980, pp.130-131, e in Un paese di temporali e di primule, a cura di Nico Naldini, Guanda, Parma, 1993, pp. 130-132.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S.De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, p. 1318.

Crist, pietàt dal nustri paìs

"Crist,  pietàt dal nustri paìs. No par fani pì siors di chel ch'i sin. No par dani ploja. No par dani soreli.  Patì cialt e frèit e dutis li tempiestis dal sèil, al è il nustri distìn. Lu savìn. Quantis mai voltis ta chista nustra Glisiuta di Santa Cròus i vin ciantàt li litanis, parsè che Tu ti vedis pietàt da la nustra ciera! Vuèi  i si 'necuarzìn di vèj preàt par nuja:  vuèi i si 'necuarzìn che Tu ti sos massa pì in alt da la nustra ploja e dal nustri soreli e dai nustris afàns. Vuèi a è la muart ch'a ni speta cà intor. Cà intor, Crist, dulà ch'i sin stas tant vifs da crodi di stà vifs in eterno e che in eterno tu ti ves di dàighi ploja ai nustris ciamps, e salùt ai nustris puòrs cuarps. Ma di-n-dulà vènia che muart? Cui àia clamàt che zent di un altri mont a puartani la fin da la nustra puora vita, sensa pretesis, sensa idèai, sensa 'na gota di ambiziòn? Ucà, a si stava, Crist, cu 'l nustri ciar, cu la nustra sapa, cu 'l nustri colt, cu la nustra Glisiuta ... Èsia pussibul che dut chistu al vedi di finì? Se miracul èisa, chistu, Signòur, che tu ti vedis di vivi enciamò, quant che dut cà intor che adès al è vif, coma che s'al ves di stà vif par sempri, al sarà distrùt, sparìt, dismintiàt? E tu Verzin Beada? Sint se bon odòur ch'al sofla dal nustri paìs ... Odòur di fen e di èrbis bagnadis, odòur di fogolàrs, odòur ch'i sintivi di fantassìn tornant dal ciamp. Ti, almancul Tu, ch'i ti vedis pietàt di nu, ch'i ti fermis il Turc."

[Tr.: Cristo, pietà del nostro paese. Non per farci più ricchi di quello che siamo. Non per darci pioggia. Non per darci sole. Patire caldo e freddo e tutte le tempeste del cielo, è il nostro destino. Lo sappiamo. Quante volte in questa nostra Chiesetta di Santa Croce abbiamo cantato le litanie, perché Tu avessi pietà della nostra terra! Oggi ci accorgiamo di aver pregato per niente: oggi ci accorgiamo che Tu sei troppo più in alto della nostra pioggia e del nostro sole e dei nostri affanni. Oggi  è la morte che ci aspetta qua attorno. Qua attorno, Cristo, dove siamo stati tanto vivi da credere di vivere in eterno e che in eterno Tu dovessi dare pioggia ai nostri campi, e salute ai nostri poveri corpi. Ma da dove viene quella morte? Chi ha chiamato qui gente di un altro mondo a portarci la fine della nostra povera vita, senza pretese, senza ideali, senza una goccia di ambizione? Qui, si stava, Cristo, con il nostro carro, con la nostra zappa, con il nostro concime, con la nostra Chiesetta ... È possibile che tutto questo debba finire?  Che miracolo è, questo, Signore, che Tu debba vivere ancora, quando tutto qua attorno, che adesso è vivo, come se dovesse rimanere vivo per sempre,  sarà distrutto, sparito, dimenticato? E Tu Vergine Beata? Senti che buon odore che soffia dal nostro paese ... Odore di fieno e di erbe bagnate, odore di focolari, odore che io sentivo da ragazzo tornando dal campo. Tu, almeno Tu, che abbia pietà di noi, che fermi il Turco.]


È la celebre Prejera (Preghiera) che Pauli Colùs rivolge a Cristo di fronte alla minaccia dell'invasione dei Turchi del 1499.
Il testo uscì con qualche leggera variante sulla rivistina "Stroligut di cà da l'aga" dell'agosto 1944 e poi fu ripreso da Pasolini come incipit del dramma in friulano I Turcs tal Friúl, steso nel maggio 1944  ma pubblicato postumo nella sua interezza solo nel 1976.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, I Turcs tal Friúl, in Teatro, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano, 2001 ["I Meridiani"], pp. 41-42

Li ciampanis dal Gloria

"Li ciampanis dal Gloria

A suna il Gloria.
A me mari a ghi bat il còur
coma a na fruta, e fòur
il soreli al s'cialda coma
zà sinquanta àins
quan' ch'a era doma
Ciasarsa in dut il mond.

A cor a bagnàssi
i vuj, puora fruta contenta,
fruta c'un fì muàrt, e a strens
l'ulìf benedèt, ridìnt
un puc vergognosa,
intant che il Gloria al vint
al è la sola vòus dal mond ..."

[Tr.: Le campane del Gloria. Suona il Gloria. A mia madre batte il cuore, come a una bambina, e fuori il sole scalda come cinquanta anni fa, quando c'era solo Casarsa in tutto il mondo.
Corre a bagnarsi gli occhi, povera bambina contenta, bambina con un figlio morto, e stringe l'ulivo benedetto, ridendo un poco vergognosa, mentre il Gloria al vento è la sola voce del mondo ...]


La poesia è datata agli anni friulani di Pasolini, anche per il riferimento alla morte del fratello Guido, ucciso il 12 febbraio 1945. Uscì nel 1965 nel volume Poesie dimenticate, curato da Luigi Ciceri per le edizioni udinesi della Società Filologica Friulana.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Tutte le poesie, a cura di W. Siti, 2 voll., Mondadori, Milano, 2003 ["I Meridiani"], vol. I, p. 239.

"Il Glisiut di Santa Crous"

X
E dal Glisiut di Santa Crous, se disi?
Un brilà di colours e di figuris,
un mòvisi di bras, di çafs, di cuarps;
e zai e ros e azurs e verts e neris
ta l'aria sinerina e tal silensi.
Ma se ti vas pì dongia da l'Altar,
eco, devant, na Crous bel sola e vueita
ta un seil disculurìt. E a destra in alt
Crist deponùt, na puora salma muarta,
tra li Mariis pognetis sot la crous.
Po', in bas, la Prucission su pa 'l Calvari.
Crist plet e stanc. Çavai e zent in grum.
Jerusalem in fons tra nul e lun.

XI.
A man sanca, su in alt, se sfavilà
di colours pens e clars!
Costantin a çaval tra i generai,
jù in bas vistùt.
Ator, tendis e omis si dispierdin
davour di un flun, ta l'aria silensiosa.
"IN HOC SIGNO ..." a sfavila in alt maestosa
la Crous. E Costantin al vuarda. E in cour
al prea la prima volta al so Signour.

XII.
Ta la cupola a è dut un Paradìs,
cun in miès il Signour, grand coma il seil,
q'al benidìs. E ator duciu i Apostui.
San Marco, cu'l leon zal e cuièt,
e San Luca e san Zuan e San Mateo.
Ma apena intràs, cà e là da la puartuta,
ti jos doi quadris: tra un san Roq q'al salva
da la pesta il paìs; e un çan lu leca.
Ta qel altri la Vergin cun doi Sans
e Crist tal grin; no parin tre figuris,
ma tre montagnis altis e serenis.
Ai so piè, piciul piciul, ben vistùt
al prea, cu li man zontis, un ominùt."

[Tr.: X. E della Chiesetta di Santa Croce, cosa dire? Un brillare di colori e di figure, un muoversi di braccia, di teste, di corpi; e gialli e rossi e azzurri e verdi e neri  nell'aria color di cenere e nel silenzio. Ma se vai più vicino all'Altare, ecco, davanti, una Croce sola e vuota nel cielo scolorito. E a destra in alto Cristo deposto, una povera salma morta, tra le Marie piegate sotto la croce. Poi, in basso, la Processione su verso il Calvario. Cristo piegato e stanco. Cavalli e gente in mucchio. Gerusalemme in fondo tra nuvole e luce.
XI. A sinistra, su in alto, che sfavillare di colori densi e chiari! Costantino a cavallo tra i generali, giù in basso vestito. Attorno, tende e uomini si disperdono dietro un fiume, nell'aria silenziosa. "IN HC SIGNO ..." brilla in alto maestosa la Croce. E Costantino la guarda. E in cuore prega per la prima volta il suo Signore.
XII. Nella cupola è tutto un Paradiso, con il Signore in mezzo, grande come il cielo, che benedice. E attorno tutti gli Apostoli. San Marco, con il leone giallo e quieto, e San Luca e San Giovanni e San Matteo. Ma appena entrati, al di qua e al di là della piccola porta, vedi due quadri: in uno San Rocco che salva il paese dalla peste; e un cane lo lecca. Nell'altro la Vergine con due Santi e Cristo nel grembo; non sembrano tre figure, ma tre montagne alte e serene. Ai loro piedi, piccolo piccolo, ben vestito, prega, con le mani giunte, un omino.]


Le tre  strofe della poesia di Pasolini, rimaste inedite fino al 1995, contengono una precisa descrizione degli affreschi di Pomponio Amalteo che abbelliscono la Chiesa di Santa Croce, il "Glisiut" caro ai casarsesi, e che, nella volta della cupola, andarono perduti a causa del bombardamento anglo-americano che devastò Casarsa il 4 marzo 1945.
Pasolini si sofferma soprattutto sulla centralità del simbolo della Croce.

Edizione consultata:

Ciasarsa, San Zuan, Vilasil, Versuta, a cura di Gianfranco Ellero, ed. Società Filologica Friulana, Udine, 1995, p. 467.