La Loggia di San Giovanni

Casarsa della Delizia

Sulla piazza del paese, oggi piazza Vittoria, a fianco del  monumentale Duomo, si erge un’antica loggia in stile veneto, vero luogo simbolico per gli abitanti di San Giovanni di Casarsa.  Il manufatto a tre arcate gotiche  risale probabilmente al XIV secolo e nel passato fu usato per le riunioni civili della comunità laica, protratte fino al 1847, quando  l’edificio cessò di essere sede del Comune di San Giovanni.
Questo spazio è strettamente legato all’impegno politico di Pier Paolo Pasolini, segretario della sezione comunista di San Giovanni, che usava esporvi i manifesti murali, in italiano e in friulano, da lui dettati ai militanti di partito, vergati a mano e oggi in parte custoditi nel prezioso fondo d’archivio del Centro Studi Pier Paolo Pasolini.

Le parole di Pasolini

La loggetta coi suoi due archi a sesto acuto

"[...] la piazza, se si eccettuano i passeri, era del tutto deserta. In fondo alla loggetta coi suoi due archi a sesto acuto, era disteso un mendicante, sul pavimento consumato di marmo: era l'unica zona d'ombra, grigia e impalpabile."


La "loggetta", cui si fa riferimento nel brano tratto dal romanzo Romans, si trova nella piazza di San Giovanni, accanto al Duomo.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Romans, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, p. 249.

Sotto il Crocifisso e il ritratto di Stalin

"[...] l'animazione insolita riguardava solo il borgo Braida, la strada centrale di San Giovanni, intorno ai locali dell'Enal.
Le porte e le finestre dell'osteria - che del resto non avevano imposte- erano spalancate e gettavano sulla strada e i tetti delle casupole vicine dei fasci di luce gialla, a cui si mescolavano le voci e il brusio dell'interno. Dentro, infatti, nelle due stanzette a pianterreno, e sopra, nelle altre due che formavano la sede del partito, era radunata una eccezionale folla di uomini -e, cosa insolita,  anche di donne. Le stanze, così sopra come sotto, erano invase dal fumo: era già molto, dunque, che quella gente vi stava raccolta.  Infatti ormai la riunione era per finire. Pieri Susanna, il segretario della sezione, accanto al banco, parlava serio con un giovane della federazione venuto apposta da Pordenone per partecipare a quell'adunanza, e che ora, prima di andarsene, prendeva gli ultimi accordi. Intorno a loro due c'erano i più anziani, sia della sezione del partito che della Federterra; e ascoltavano quasi gravi,  coi loro visi bruciati dall'aria e dal vino, i discorsi dei due dirigenti. Anche gli altri chiacchieravano, seduti ai tavolini, o ammassati in piedi a empire le due stanzette dal pavimento lucido di chiazze d'acqua.
Sopra, continuava ancora la riunione delle Avanguardie Garibaldine; anche lassù, a differenza del solito, c'era molta serietà e quasi raccoglimento.
I giovani stavano seduti sulle panche, o in piedi lungo le pareti, fumando, coi loro pesanti blusoni o con le tute che odoravano fortemente di acqua e di strame.
[...] Il segretario aveva appena finito di parlare: ma adesso restavano ancora insieme un po'ad aspettare che spiovesse, un po' a discutere e a prendere gli ultimi accordi. I ragazzi erano però intimiditi. Eligio che stava vicino al tavolo sfasciato sotto il Crocifisso e il ritratto di Stalin, rivolto ai compagni, arrossendo, chiese: «Non avete niente da dire? Coraggio, parlate!». Gli altri si guardavano tra loro e tacevano. «Cosa vuoi che diciamo noi ignoranti», esclamò ridendo suo fratello Onorino. «Va bene così»."


Nel brano, tratto dal romanzo Il sogno di una cosa, è descritta la riunione tenuta a San Giovanni al circolo ricreativo dell'Enal, Ente Nazionale Asistenza Lavoratori, per preparare la rivolta contadina contro i proprietari terrieri per l'applicazione del Lodo De Gasperi. L'Enal era gestito dai comunisti del paese, che ne avevano fatto la sede della sezione locale del partito.
L'episodio della protesta è storico (si verificò nel febbraio 1948)  e vide lo stesso Pasolini, ormai iscritto al Pci, al fianco dei rivoltosi.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Il sogno di una cosa, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. II, pp. 67-68

Enorme chiesa in stile gotico

"Tutta la strada, dalle scuole alla piazza, era in subbuglio, e nessuno capiva quello che accadeva dall'altra parte. Gli operai era tre o quattro centinaia, ma anche gli agenti erano molti. La lotta era più accanita davanti al cancello di Malacart,  e da lì si propagava da tutte le parti.
Ma gli anziani cominciavano a disunirsi, limitandosi a scansare i poliziotti quando questi gli andavano addosso e li prendevano a spinte: li guardavano un  po' come i ragazzi guardano i grandi quando li rimproverano, chiudendosi in un'espressione tra circospetta e velenosa: facevano della loro umiliazione una specie di rinvio ad altri momenti più propizi , una minaccia repressa. Si allontanavano soli o a gruppi dal centro della lotta, piano, come perché la cosa avvenisse inavvertitamente: qualcuno riparava contro i muri delle case, altri si spingevano su, lungo le pareti a strapiombo dell'enorme chiesa in stile gotico costruita cinquant'anni prima, per la stradina che conduceva, appunto, tra la chiesa e la loggia, alla sagrestia, e al cinema dei preti: e da lì stavano a guardare quello che succedeva al centro della piazza, nel fango; altri ancora erano svoltati addirittura giù per  borgo Romans, allontanandosi qualche decina di metri dalla piazza."


Il brano, tratto dal romanzo Il sogno di una cosa, descrive il fallimento della rivolta contadina del 1948, repressa dalle forze dell'ordine e a poco a poco disertata dagli stessi partecipanti anziani.
Il quadro è ambientato nella piazza di San Giovanni, dominata dalla imponente mole del  Duomo in stile neogotico. I Malacart furono effettivamente dei proprietari terrieri, che però erano originari di San Vito e non risiedettero mai a San Giovanni. Pasolini, forse attirato dal colore nefasto del nome, li trasformò invece in abitanti del paese, immaginandoli residenti nel palazzo della famiglia Pitotti di San Giovanni, posto accanto alle Scuole elementari.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Il sogno di una cosa, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. II, p. 103.

Grandi programmi e polemiche coi preti

"Faccio scuola, ho grandi programmi (un teatro e un'infinità di faccende para-scolastiche: il Provveditore ha deciso di fare della scuola di Valvasone una specie di scuola sperimentale).
Lavoro molto anche in campo politico; come sai sono segretario della sez. di San Giovanni, e ciò mi impegna molto, con conferenze, riunioni, giornali murali, congressi e polemiche coi preti della zona che mi calunniano dagli altari. Per me il credere nel comunismo è una gran cosa."


Il brano è tratto da una lettera inviata da Casarsa nel marzo 1949 all'amica Silvana Mauri. Pasolini vi descrive il suo impegno sia nel campo dell'insegnamento che nell'attività di militante comunista.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di Nico Naldini, Einaudi, Torino, 1986, p. 353-354

I siòrs paròns dai nustri cou

"L'amòu dal cunpai"

Tu ti sos il ciant ch'a no cianti
amòu d'inemoràs ch'a no cianti!
Zin jo e te a murì ta il aria
là ch'a svuali i usiej ch'a cianti.

Cunpai sansei e plen di cou
che i siòrs a crodi sensa cou,
ta il aria a copi i usiej
i siòrs paròns dai nustri cou!

Zin pa li stradeli de Son Zuàn
co' la sera a cujèrs Son Zuàn,
zin a jodi li nustri pistolis
soteradi tal cou di Son Zuàn."

[Tr.: L'amore del compagno. Tu che sei il canto che non cantano,
amore di innamorati che non cantano! Andiamo io e te a morire nell'aria, dove volano gli uccelli che cantano!
Compagno sincero e pieno di cuore, che i ricchi credono senza un cuore, nell'aria uccidono gli uccelli i ricchi, padroni dei nostri cuori.
Andiamo per i sentieri di  San Giovanni, quando la sera copre San Giovanni, andiamo a vedere le nostre rivoltelle sotterrate nel cuore di San Giovanni.]

 


La poesia, composta nel 1948 nella variante friulana di San Giovanni di Casarsa, uscì nel 1949 nella plaquette Dov'è la mia patria. La parola "cunpai" ha qui il significato di "compagno comunista".

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Tutte le poesie, a cura di W. Siti, 2 voll., Mondadori, Milano, 2003 ["I Meridiani"], vol. I, p. 265.

A San Zuàn sot la loza i frus a zùjn

"L'orli

I
A San Zuàn sot la loza
i frus a zùjn sigànt
fresc'cs in ta l'aria rosa.

Di Estàt ta la cjanìcula
no si jot nencia un flòur
ta la cialsina blancia.

I frus no san di Estàt!
A zùjn ta la rasa
dal tramònt rùzin.

Jodèju ineàs
ta na Estàt rovana
di zà sent àins!

A làssin i so sìgus
lajù a sclarìssi
ta un tramònt rùzin.

II
A San Zuàn sot la loza
i frus a giàrlin
cui so grumàj zaj.

Ta l'orli tra il Sabo
e la Domènia a zùjn,
ta l'orli tra dì e sera.

Ta l'orli tra li ciampanis
e il silensi a sìghin,
ta l'orli dal scur.

A làssin i so sìgus
ta na lus scura
al dèbul blanc dai murs.

A zùjn ormai in pus
coma claps rosa
sor di n'aga lìmpia.

[Tr.: L'orlo. I. A San Giovanni sotto la loggia i fanciulli giocano gridando, freschi nell'aria rosa.
Di Estate, nella canicola, non si vede neanche un fiore sulla calce bianca.
I fanciulli non sanno di Estate! Giocano nella resina del tramonto ruggine.
Guardateli annegati in una Estate vermiglia di cento anni fa!
Lasciano le loro grida laggiù, a schiarirsi in un tramonto ruggine.
II. A San Giovanni sotto la loggia i fanciulli parlano coi loro grembiuli gialli.
Sull'orlo tra il sabato e la Domenica giocano, sull'orlo tra giorno e sera.
Sull'orlo tra le campane e il silenzio gridano, sull'orlo del buio.
la sciano le loro grida in una luce scura al debole biancore dei muri.
Giocano ormai in pochi come sassi rosa in fondo a un'acqua limpida.]

 

 


La poesia, datata 1947 e pubblicata per la prima volta in "Il Strolic furlan pal '48", non fu poi ripresa da Pasolini nelle successive raccolte delle sue liriche friulane.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Tutte le poesie, a cura di W. Siti, 2 voll., Mondadori, Milano, 2003 ["I Meridiani"], vol. I, pp. 357-358.