Versuta

Casarsa della Delizia

Versuta, posta a Est rispetto al centro di San Giovanni,  è  un luogo mitico della geografia pasoliniana e tuttora mantiene l’atmosfera contadina che conobbe anche Pasolini, nel periodo in cui visse da sfollato nel piccolo borgo. Nell’antica piazzetta del villaggio, ne è il cuore l’antica chiesetta rosa dedicata a San’Antonio abate, spesso descritta da Pasolini nelle sue prose friulane. L’attuale edificio della Chiesa è l’ampliamento  di un preesistente e più piccolo oratorio di campagna, che risale all’XI secolo e di cui tuttora si possono intuire le contenute dimensioni nel profilo evidente sia sulla facciata che all’interno dell’aula. Nel 1400, grazie ai conti Altan di San Vito che erano entrati in possesso di quelle terre, furono aggiunte al  piccolo spazio preesistente la volta a crociera, un’abside poligonale con decorazioni e la bifora campanaria sulla facciata.
Sulla facciata è sistemata una statua, scolpita da Carlo Carona (1540 circa), di Sant’Antonio Abate  con maialino, il santo protettore degli animali domestici e patrono di una antica tradizione rimasta viva fino all’ultimo dopoguerra: ogni anno, infatti, un maiale era allevato dalla comunità e la sua carne doveva servire  per l’alimento delle famiglie più povere.
Di tutto rilievo  gli  affreschi che impreziosiscono l’interno. Brilla  il ciclo tardo-gotico dei pregevolissimi affreschi di Sante e Santi nell’intradosso dell’arco, degli Evangelisti nell’abside e dell’Incoronazione della Vergine nella parete dietro l’altare, rivelando l’intervento di una bottega d’arte di rilievo, forse memore della scuola di Masolino da Panicale, maestro e collaboratore di Masaccio. Sulla parete meridionale dell’aula, si stagliano poi  in sequenza le figure affrescate di un Daniele Profeta, di un ‘trittico’ con Sante (si riconosce Santa Caterina), di una teoria di vergini del ciclo di Sant’Orsola e di un’Ascensione  (o di un Cristo in gloria tra Santi), che rinviano a più mani di una stessa scuola della metà del 1300, forse locale, ma influenzata e aggiornata dai modi post-giotteschi di Vitale da Bologna e di Tomaso da Modena, quest’ultimo  operoso nella seconda metà del 1300.
Sono visibili tracce delle decorazioni affrescate anche nella parete meridionale esterna della Chiesa, ma il precario stato di conservazione ne consente una lettura solo parziale.
Il complesso dell’area su cui si erige la chiesa fu oggetto negli anni Novanta di un forte e insieme rispettoso intervento di ricomposizione urbanistica ad opera dell’architetto Paolo De Rocco, figlio del pittore Federico, amico di Pasolini. Sul prato che circonda la chiesa furono piantati dei gelsi, alberi simbolo della campagna friulana, e soprattutto fu sistemata una fontanella a due bocche, che da tempi antichi faceva uscire le sue acque di risorgiva. Ora la fontana presenta una struttura a parallelepipedo realizzata con i sassi del Tagliamento, oltre che con vecchi mattoni,  e presenta incisa sul lato superiore la scritta «Gioventù». Ai lati, da cui sgorgano due distinte uscite d’acqua, compaiono le scritte «La meglio» e «La nuova», allusive ai titoli delle due raccolte in cui Pasolini pubblicò i suoi versi friulani: La meglio gioventù, del 1954, per condensare la summa di quella sua esperienza poetica giovanile; La nuova gioventù, del 1975, per rinnegare e quasi parodiare quella sua produzione, eco di un mondo un tempo amato ma ormai deturpato e stravolto dalla società dei consumi e del capitalismo.
Nell’ottobre 1944, per il pericolo dei bombardamenti che minacciavano Casarsa,  Pier Paolo Pasolini e la madre Susanna Colussi sfollarono  da Casarsa a Versuta, ospiti della famiglia di Ernesta Bazzana e, in seguito, della famiglia Cicuto.
Tra i luoghi di Versuta legati alla presenza di Pasolini, oltre alla Chiesa di Sant’Antonio Abate, va ricordato  anche il “Ciasèl” [Casello]. In questo piccolo edificio adibito a ricovero attrezzi, in mezzo al prato della famiglia Spagnol non lontano dalle acque fresche e correnti della roggia Versa, Pasolini era solito ritrovarsi con i suoi allievi durante la bella stagione. Attualmente il casello, che è proprietà privata ed è ombreggiato  da uno solo dei due pini che si ergevano al tempo di Pasolini, si trova in stato precario e necessiterebbe di  urgenti interventi di recupero.
Al centro della piazzetta di Versuta, accanto alla Chiesa, è da segnalare anche la fontana a due bocche d’acqua,  restaurata da Paolo De Rocco e oggi elevata a simbolo dalla lirica pasoliniana.

Le parole di Pasolini

Ingresso a Viluta

"Fin dall'Ottobre del quarantatre, egli, pensando più al pericolo dei Tedeschi che a quello dei bombardamenti, aveva preso in affitto a Viluta, dopo interminabili discussioni con la Ilde, una specie di granaio, nel quale aveva già trasportato i suoi libri. Fu lì che Paolo e sua madre, per la seconda volta, sfollarono. Il trasloco fu lento e noioso, e Paolo dovette fare più volte la strada campestre tra Castiglione e Viluta spingendo una pesante carriola...
Così il 16 Ottobre Paolo e sua madre fecero il loro ingresso a Viluta; e un nuovo periodo della loro vita cominciava.
Entrarono a Viluta come due giovani fratelli, o due fidanzati come molti credettero;del resto erano ambedue  molto ingenui, aperti e affettuosi. Da Castiglione a Viluta non c'è che un sentiero campestre; Viluta è in diretta comunicazione con San Pietro, frazione di Castiglione. Chi venga da là, dopo circa cinque o seicento metri vede una casa di contadini, dall'aspetto abbastanza antico, dietro due alti olmi: è la casa di T.
Poi a sinistra, a poca distanza l'uno dall'altro, due casolari, nel secondo dei quali erano andati ad abitare Paolo e sua madre; un po' più avanti si incontra una roggia, la Vila, il cui corso è seguito da una folla di ontani, sambuchi, salici, venchi, pioppi, e sulla cui corrente tersa e incolore erano stati piantati i lavatoi delle donne di Viluta. Ancora una cinquantina di metri, e si entra nel vero e proprio abitato di Viluta: una chiesetta che ha davanti un piccolo prato, e, intorno, cinque o sei case."


Il passo è tratto dal diario autobiografico romanzato Atti impuri, edito postumo nel 1982. Il personaggio di Paolo rinvia all'autore, mentre i paesi reali sono mimetizzati sotto nomi di invenzione: Viluta sta per Versuta, San Pietro per San Giovanni, Castiglione per Casarsa.
Ilde, infine, rinvia alla figura reale di Ernesta Bazzana, che a Versuta affittò una stanza della sua casa a Pasolini e sua madre, sfollati nel piccolo borgo a causa della guerra.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Atti impuri, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S.De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, p. 13.

La nostra poetica scuola

"Io abitavo nella casa dei B. (due giovani sposi con due figlioletti) presso cui (...) avevo preso in affitto una camera fin dall'autunno del '43, subito dopo l'armistizio, prevedendo non tanto la gravità dei bombardamenti quanto quella della ritirata tedesca; ma non ci stabilimmo laggiù che appunto nell'Ottobre dell'anno successivo. Una ventina di giorni dopo cominciammo a far scuola ai ragazzi di Versuta, due dozzine in tutto. Io avevo dai nove ai dodici scolari (i più grandi), tra cui G., sfollato coi suoi da C., nella nostra stessa  casa, e tenevo le mie lezioni nella povera stanza che ci serviva da cucina e da camera da letto. Non credo di essermi mai comportato con tanta dedizione come con quei fanciulli, che del resto mi erano assai grati per questo; li introdussi a una specie di gergo, di clan, fatto di rivelazioni poetiche e di suggerimenti morali - forse un po' troppo spregiudicati: finii col divertirmi sommamente perfino durante le lezioni di grammatica. Non parlo poi del reciproco entusiasmo alle letture di poesia; mi arrischiai a insegnare loro, e le capirono benissimo, liriche di Ungaretti, di Montale, di Betocchi ... Quando venne la bella stagione (erano gli ultimi di Marzo: ho davanti agli occhi i peschi  e i mandorli degli Spagnol che reggevano il loro scarlatto e il loro candore sul verde appena visibile) andammo a far scuola in quel casello tra i campi di cui ho già parlato. Era molto piccolo e ci si stava appena; ma spesso uscivamo sul prato e ci sedevamo sotto i due enormi pini appena sfiorati dal vento.
Ora, di quella stagione, mi sembra tutto perfetto: anche i bombardamenti. Protetti dalla mia presenza, i ragazzi guardavano divertiti i paurosi caroselli dei caccia,  eccitandosi alle "picchiate" che scuotevano la campagna alle radici: il Ponte, C., Cusano, Madonna di Rosa, erano continuamente bersagliati,  colpiti, percossi dalle bombe.  Noi guardavamo i pennacchi di fumo massiccio che si erigevano dal vicino orizzonte. Mi pare che quei giorni fossero sempre sereni, dolcemente celesti. Non mi riesce sgradevole nemmeno il ricordo delle formazioni che per ben sei volte sotto i nostri occhi bombardarono la stazione di C., a poco più di un chilometro da noi; e noi vi si assisteva fuori dalla porta della nostra poetica scuola."


Il brano, tratto da Atti impuri,  si riferisce alla libera scuola che Pasolini creò a Versuta per i ragazzi cui la guerra impediva le lezioni regolari.
La "C" puntata è naturalmente Casarsa,mentre la lettera "B." allude alla famiglia Bazzana nella casa della quale Pasolini fu ospitato con la madre.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Atti impuri, in Romanzi e racconti, a cura di W. Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, pp. 24-25.

Irruenti partite di calcio

"Il prato verdissimo, davanti alla facciata rosa della chiesa, fu un altro dei luoghi dell'amore di Paolo.
Una fontana mormorava oltre la stradicciola che lo rasentava; a sinistra cominciavano i campi, mentre dal lato della fontana si alzavano le case vecchie e grige, coi loro lunghi cortili, gli stabbi e le tettoie.
Sul prato volavano sempre frotte di uccelli, che del resto, in primavera riempivano tutta Viluta coi loro assordanti cinguettii; averle, codoni o tordi, e ora, d'inverno, scriccioli e cinciallegre e colombi.
Davanti alla chiesa, su quel lenzuolo d'erba che anche d'inverno manteneva il suo colore,  i ragazzi giocavano le loro irruenti partite di calcio. Ad essi, qualche tempo dopo, quando ebbero fatto più confidenza, si aggiunse anche Paolo che si divertiva come loro,  accaldato, scattante e pieno di trascinante ardore. Aveva appena superati i vent'anni; ma ne dimostrava molti di meno."


Il brano è tratto dalle prose di Atti impuri, in cui Pasolini, in una forma che oscilla tra il diario soggettivo e il racconto in terza persona, racconta le esperienze legate al soggiorno a Versuta, mimetizzata nel testo sotto il nome di Viluta.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Atti impuri, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll.,  Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, p. 69.

La chiesetta di Viluta

"I C., e specialmente il vecchio capofamiglia che era molto religioso, avevano organizzato un Rosario ogni sera, per tutto Gennaio. Tutti i miei scolari vi andavano.
La chiesetta di Viluta era molto antica, anche i banchi più recenti dovevano essere almeno del '700; la pila dell'acqua santa, che sorgeva isolata sul pavimento consunto dai secoli, era invece vecchia come la chiesa, cioè di almeno seicento anni. Degli affreschi trecenteschi, tra giotteschi e tolmezzini, guardavano coi loro occhi tedeschi la povera gente di Viluta che cantava le litanie dietro la voce lamentosa del vecchio Giacomo.
La luce del tramonto invernale scarlatta riverberava dentro la chiesetta, tra le fiammelle delle candele. Poi i ragazzi, senza aspettare che finisse il minuto di raccoglimento finale, si mettevano a tirare a tutta forza  la corda della campanella che pendeva davanti alla porta. E la campanella assordava l'aria scura e avvampante, più acuta del gelo.
Allora si usciva da Rosario. Verso occidente la enorme lastra infuocata, fossile del tramonto che occupava un quarto del cielo andava consumandosi,mentre, sul suo orlo estremo, Lucifero scintillava con vicino un'altra piccola stella."


La lettera "C" puntata si riferisce alla famiglia Cicuto di Versuta, presso la quale Pasolini, lasciata la stanza nella casa di Ernesta Bazzana,  si trasferì con la madre e il padre rientrato dalla prigionia in Africa.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Atti impuri, in Romanzi e racconti, a cura di W. Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, pp. 100-101.

Il nostro "félibrige" friulano

"Scrissi, è vero, alcuni buoni versi friulani, ma mescolati alla produzione veramente eccessiva, straripante di un friulano troppo incline agli intenerimenti. Ma che dolcissime Domeniche passammo quell'inverno e quella primavera in grazia della poesia friulana e della musica di P.!
Io e mio cugino N. le ricordiamo come le più belle che abbiamo mai trascorso (...). Ci si riuniva nella mia camera, o nel piccolo retro cucina dei Cicuto, dove erano alloggiati i nostri amici, o, da ultimo, nel casello in cui facevo scuola. Nessuno mi toglie ora dalla mente che quello sia stato il nostro Decamerone, o, più concretamente, il temporalizzarsi di quell'eremo interiore dove sapevamo rifugiarci, e dove non giungeva neppure l'eco di quei tremendi scoppi che notte e giorno scuotevano la terra. Discutevamo di musica, di poesia; ma con estrema gaiezza, con molte risa, con molte interruzioni per fare della maldicenza sui nostri comuni amici borghesi di C. Ci aiutavamo molto, io e P., a entrare  nel cuore ingombro dei contadini che ci ospitavano; è strano, parlavamo soprattutto di questo. In materia di poesia io ero la guida accettata; e mi era dolcissimo parlarne, perché, mentre di solito la mia timidezza (causata dalla mia malinconia) mi fa parlare male, pronunciare quasi balbettando soprattutto le frasi di valore poetico, quando invece sono allegro posseggo tutti gli elementi dell'eloquenza: divento perfino brillante. Mi piace ricordare quelle nostre riunioni poetiche come una specie di Arcadia, o, con più gioia, come una specie, molto rustica invero, del salotto letterario. Si pensi che è nato in una di quelle Domeniche il nostro félibrige friulano!
C'era a quelle riunioni mio cugino N., che giungeva dal Mulino di San Giovanni -dove si trovava sfollato coi suoi - sfidando per un lungo tratto di strada pericoli non irrilevanti: giungeva placido col suo paltò nero e Ungaretti sotto il braccio. Non aveva allora che sedici anni, ed era nel pieno della sua tranquilla precocità: la lettura ch'egli ci faceva delle sue poesie (che non erano affatto noiose come sono per lo più le poesie degli adolescenti) costituiva uno dei momenti più limpidi delle nostre riunioni. C'era Ovidio Colussi e suo fratello Ermes, appartenenti a quella stirpe di "piccoli proprietari" fortemente cattolici così florida a C.; due ragazzi sensibili e aperti; c'era De Rocco, mio vecchio amico di san Vito, e valido pittore; e molti altri giovani studenti.
La gioia con cui ci trovavamo dava dunque una fisionomia particolare, addirittura commovente a quei nostri meriggi domenicali; e tutto questo conferma ancora una volta che io vivrei (oh, questo condizionale!) in uno stato di inalterata gaiezza."


Il brano, che risale al 1947, è tratto dai "Quaderni rossi", i diari, tuttora inediti nella loro interezza, in cui Pasolini registrò tra il 1946 e il 1947 le sue  confessioni intime e private. Il riferimento è qui alle riunioni dell'Academiuta di lenga furlana, fondata da Pasolini a Versuta il 18 febbraio 1945. Tra gli altri, ne fecero parte il cugino Nico Naldini (nel testo è "N" puntato) e la violinista slovena Pina Kalz (nel testo è "P" puntato).
La lettera "C" puntata è, naturalmente, Casarsa.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Dai "Quaderni rossi", Appendice ad "Atti impuri", in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, pp. 151-152.

Quegli strani affreschi

"Con Renato Don Paolo  era stato molte volte in quella chiesetta: avevano parlato a lungo di quegli strani affreschi che la decoravano. Nella parete destra, a meridione, c'erano delle figure in processione, che erano senza dubbio simili a quelle dell'antichissima abbazia di Sesto, opera di qualche provinciale che aveva conosciuto Giotto nella Cappella degli Scrovegni; ma nell'abside l'attribuzione non era facile; nei dintorni, infatti, si incontravano molte di quelle vecchie chiesette del '400, del '300 e anche del '200, e di solito erano affrescate dal Bellunello o da Pietro di San Vito e, più tardi, dal Pordenone stesso o dal suo genero, l'Amalteo; verso Nord, poi, dalla parte di Spilimbergo, avevano lavorato Francesco da Tolmezzo e gli altri Tolmezzini. Ma questa chiesetta di Viluta era misteriosa: gli affreschi dell'abside, dolcissimi, parevano dipinti alla maniera del Beato Angelico.
Davanti alla piccola facciata rosa e consunta si stendeva un praticello verdecupo , con in fondo una pompa, e tutt'intorno la campagna ancora vuota di foglie ma già piena di uccelli."


Il brano, tratto dal romanzo Romans (1948-1949), fa riferimento alla chiesetta di Versuta, mimetizzata nel testo sotto il nome di Viluta.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Romans, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. II, pp. 247-248.

Quella mia lingua poetica

"Allora per me il friulano fu un linguaggio che non aveva nessun rapporto che non fosse fantastico col Friuli e con qualsiasi altro luogo di questa terra. Ora che abito quassù, e non ci sono più la nostalgia e la lontananza, ho dovuto studiare più freddamente quella mia lingua poetica ... Da tali meditazioni durate circa due anni e fatte in comune con alcuni giovani amici,  è nata l'"Academiuta di lenga furlana", che è dunque una sorta di modesto félibrige. Glottologicamente torniamo alle teorie dell'Ascoli, cioè all'affermazione dell'esistenza di una lingua ladina; poeticamente questa lingua non è il dialetto degli zoruttiani, e nemmeno il dialetto così suggestivo, parlato dal popolo, ma una favella inventata, da innestarsi nel tronco della tradizione italiana e non già di quella friulana; da usarsi con la delicatezza di un'ininterrotta, assoluta metafora".


Con il titolo Lettera dal Friuli, l'articolo uscì su "La Fiera Letteraria" del 29 agosto 1946.
Il félibrige o felibrismo, cui Pasolini accosta l’esperienza della sua Academiuta di lenga furlana, fu un movimento letterario nato nel 1854 in Francia, a Font Ségune vicino a Vaucluse, che, traendo spunto dal movimento romantico e dall'attenzione da esso mostrata alle identità nazionali e locali, tendeva a valorizzare la difesa della lingua occitana, ponendo la salvaguardia dell'identità culturale provenzale. Figura di punta del movimento fu  Frédéric Mistral.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Lettera dal Friuli, in Un paese di temporali e di primule, Guanda, Parma, 1993, pp. 211-212.

A Versuta le prime ore di scuola

"Ricordo che a Versuta, dov'ero sfollato nel '44 -in quel periodo di vacanza morosa di paura e di solitudine- la ricostituzione della mia purezza avvenne improvvisa. A Versuta c'era un ventina di ragazzi che non potevano a causa dei pericoli, frequentare la scuola di san Giovanni. Io e mia madre divenimmo i loro maestri; con che tremore, con che reale interesse mi accinsi a quell'avventura.
Ricordo le prime ore di scuola, così soffuse di un acre e quasi languido senso di verginità,in cui io già incominciavo a manovrare con astuzia il mio candido entusiasmo, facendo della «emozione» qualcosa come una figura retorica di nuova specie, con cui minare il mio discorso di pause, di riverenze, di esclamativi segreti. Ne lievitava un pacato tono di scandalo, di rivelazione, che determinava in tutto il ragazzo uno stato di curiosità per tutto quello che dicevo. La mia emozione si comunicava agli scolari, che sentirono allora per la prima volta l'ambiguo sapore dell'ironia e insieme l'attendibilità dei fatti e delle deduzioni stringenti.
[...] Insomma davo alle mie lezioni una specie di drammaticità, fingendo talvolta addirittura  degli ingiusti cattivi umori, sotto cui lasciavo però ribollire intatta l'allegria con cui mi mettevo in rapporto con essi. Perfino le aride lezioni di grammatica erano divenute un gioco denso di quei contrasti (il buono e il cattivo, il vincitore e il vinto), che i fanciulli non dimenticano mai, nemmeno quando mangiano o vanno a letto."


L'articolo, in cui Pasolini si firmò Erasmo Colùs, uscì il 29 febbraio 1948 su "Il Mattino del Popolo". Su quella testata apparvero altri tre interventi pasoliniani sul tema dell'insegnamento e della scuola, che delineano una sorta di ideale sistema pedagogico, originale nei metodi e negli obiettivi.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Dal diario di un insegnante, in Un paese di temporali e di primule, a cura di N. Naldini, Guanda, Parma, 1993, pp. 273-274

ll filone d'oro degli scolari di Versuta e Valvasone

"I ragazzi che ho trovato qui a Valvasone sono di una sostanza umana meno intensa e complessa. Se penso alla sensibilità, ricca di défaillances e di tendre, di Tonuti Spagnol, o alla applicazione cerebrale di suo fratello Dante, o alla limpidità sottomessa e assimilatrice di Bepino Bertolin, o alla inventività del piccolo fauve sangiovannese, Eligio Castellarin (quello che scrisse «le foglie sorridono») - o comunque alla forza di oggettivazione di tutti i ragazzi di Versuta, che tra gli errori di ortografia mi facevano leggere dei frammenti di italiano duri, umidi e poetici come pezzi di paesaggio, questi qui di Valvasone mi appaiono facili e leggeri. La loro tettonica ereditaria non presenta stratificazioni degne di rilievo; scarse le ricchezze  minerarie della loro anima.
C'è un filone d'oro in F.S., un ragazzo in piena crisi adolescenza, già più alto di me, con un viso che diverrà probabilmente bello, ma che per ora è quasi da sempliciotto non privo di fugaci astuzie. Disdegna il gioco del calcio, è socialista e dice brutte parole.In compenso ha un animo delicatissimo, pieno di riserve e di difficoltà; cede molto agli affetti (c'è un commovente  «pezzo» su un suo compagno molto più piccolo di lui) e agli impulsi; nei temi è un retore della più bell'acqua, ma ha certi squarci poetici o umoristici (autocritica) veramente rispettabili.
C'è un filone d'oro anche in P.F. [...], anche in G.L., un brunetto da libro delle fiabe, il quale mi assicura che ogni sera a letto «pensa alla morte»; degli altri quattordici scolari quasi tutti sono molto simpatici, qualcuno anche interessante, ma nessun altro possiede quell'attitudine speciale, quella sensibilità, magari anche un po' malata, che serve all'uomo per rendersi conto di sé e del proprio mondo. In compenso quasi tutti sono molto curiosi e hanno disposizione ad apprendere; è nel latino che si trovano a loro agio! Hanno imparato il gioco e ci si divertono. Ah sì! la traduzione, in qualsiasi aspetto,è l'operazione più vitale dell'uomo."


L'articolo, a firma Erasmo Colùs, uscì il 29 febbraio 1948 su "Il Mattino del Popolo".  Pasolini vi descrive le sue esperienze di maestro a Versuta e a Valvasone, rivelandosi un acutissimo osservatore, quasi uno psicologo, dei ragazzi affidati alle sue cure pedagogiche.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Dal diario di un insegnante, in Un paese di temporali e di primule, a cura di N. Naldini, Guanda, Parma, 1993, p.274

La Viersa

"Sotto la brina canuta
traspare la terra verde:
gelsi, viti e alni
e qualche campo di canne
e solchi verdini di grano.

La strada agghiacciata
tra i gigli bianchi di brina,
scompare dietro ai boschetti
e alla nebbia azzurrina.
Che silenzio di sogno!

S'ode solo il canto della Viersa
canto basso e lieve,
canto interminabile,
perduto nel sonno dei campi,
come i morti sotterra."


La breve lirica La Viersa fu composta  da Pasolini nel 1944 per gli allievi della scuoletta di Versuta, che poi, insieme ad altre composizioni del loro maestro, la conservarono in un quadernetto di poesie.
La lirica La Viersa è dedicata alla roggia che percorre l'abitato di Versuta.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, La Viersa, in Un paese di temporali e di primule, Guanda, Parma, 1993,p. 289