Atti impuri

Garzanti, Milano, 1982

Pubblicato postumo, Atti impuri è un primo tentativo di dare una struttura di romanzo alla materia scopertamente autobiografica che Pasolini affidava alle pagine "segrete" dei suoi diari, i famosi cinque "Quaderni rossi", scritti dal maggio 1946 all'ottobre 1947 e tuttora inediti nella loro interezza. L'impegno al travaso di quelle prose in forma narrativa, per la quale Pasolini aveva già scelto il titolo di Atti impuri, si colloca tra il 1947 e il 1950, ma poi il progetto, di tormentata gestazione, non conobbe una revisione definitiva, rimase non finito e in seguito fu abbandonato.
Libro "a strati" scritti in momenti diversi, a metà tra l'originaria matrice diaristica e lo sforzo dell' oggettivazione, con passaggio indeciso tra la prima e la terza persona, Atti  impuri ha per tema centrale la scoperta dell'amore  omosessuale, fonte di ebbrezze e di sensi di colpa.
Attorno a questo nucleo si collocano anche altri temi, legati direttamente alla biografia di Pasolini e alle vicende della sua famiglia: il contesto della guerra, anche con la tragedia della morte del fratello Guido; l'esperienza pedagogica con gli allievi di Versuta, mimetizzata sotto il nome di Viluta, così come Casarsa è ribattezzata in Castiglione; il contatto reale con il mondo contadino; il paesaggio della campagna friulana che ispira a Pasolini  splendide pagine descrittive di risonanza idillica.

Citazioni tratte dall'opera

Ingresso a Viluta

"Fin dall'Ottobre del quarantatre, egli, pensando più al pericolo dei Tedeschi che a quello dei bombardamenti, aveva preso in affitto a Viluta, dopo interminabili discussioni con la Ilde, una specie di granaio, nel quale aveva già trasportato i suoi libri. Fu lì che Paolo e sua madre, per la seconda volta, sfollarono. Il trasloco fu lento e noioso, e Paolo dovette fare più volte la strada campestre tra Castiglione e Viluta spingendo una pesante carriola...
Così il 16 Ottobre Paolo e sua madre fecero il loro ingresso a Viluta; e un nuovo periodo della loro vita cominciava.
Entrarono a Viluta come due giovani fratelli, o due fidanzati come molti credettero;del resto erano ambedue  molto ingenui, aperti e affettuosi. Da Castiglione a Viluta non c'è che un sentiero campestre; Viluta è in diretta comunicazione con San Pietro, frazione di Castiglione. Chi venga da là, dopo circa cinque o seicento metri vede una casa di contadini, dall'aspetto abbastanza antico, dietro due alti olmi: è la casa di T.
Poi a sinistra, a poca distanza l'uno dall'altro, due casolari, nel secondo dei quali erano andati ad abitare Paolo e sua madre; un po' più avanti si incontra una roggia, la Vila, il cui corso è seguito da una folla di ontani, sambuchi, salici, venchi, pioppi, e sulla cui corrente tersa e incolore erano stati piantati i lavatoi delle donne di Viluta. Ancora una cinquantina di metri, e si entra nel vero e proprio abitato di Viluta: una chiesetta che ha davanti un piccolo prato, e, intorno, cinque o sei case."


Il passo è tratto dal diario autobiografico romanzato Atti impuri, edito postumo nel 1982. Il personaggio di Paolo rinvia all'autore, mentre i paesi reali sono mimetizzati sotto nomi di invenzione: Viluta sta per Versuta, San Pietro per San Giovanni, Castiglione per Casarsa.
Ilde, infine, rinvia alla figura reale di Ernesta Bazzana, che a Versuta affittò una stanza della sua casa a Pasolini e sua madre, sfollati nel piccolo borgo a causa della guerra.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Atti impuri, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S.De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, p. 13.

La nostra poetica scuola

"Io abitavo nella casa dei B. (due giovani sposi con due figlioletti) presso cui (...) avevo preso in affitto una camera fin dall'autunno del '43, subito dopo l'armistizio, prevedendo non tanto la gravità dei bombardamenti quanto quella della ritirata tedesca; ma non ci stabilimmo laggiù che appunto nell'Ottobre dell'anno successivo. Una ventina di giorni dopo cominciammo a far scuola ai ragazzi di Versuta, due dozzine in tutto. Io avevo dai nove ai dodici scolari (i più grandi), tra cui G., sfollato coi suoi da C., nella nostra stessa  casa, e tenevo le mie lezioni nella povera stanza che ci serviva da cucina e da camera da letto. Non credo di essermi mai comportato con tanta dedizione come con quei fanciulli, che del resto mi erano assai grati per questo; li introdussi a una specie di gergo, di clan, fatto di rivelazioni poetiche e di suggerimenti morali - forse un po' troppo spregiudicati: finii col divertirmi sommamente perfino durante le lezioni di grammatica. Non parlo poi del reciproco entusiasmo alle letture di poesia; mi arrischiai a insegnare loro, e le capirono benissimo, liriche di Ungaretti, di Montale, di Betocchi ... Quando venne la bella stagione (erano gli ultimi di Marzo: ho davanti agli occhi i peschi  e i mandorli degli Spagnol che reggevano il loro scarlatto e il loro candore sul verde appena visibile) andammo a far scuola in quel casello tra i campi di cui ho già parlato. Era molto piccolo e ci si stava appena; ma spesso uscivamo sul prato e ci sedevamo sotto i due enormi pini appena sfiorati dal vento.
Ora, di quella stagione, mi sembra tutto perfetto: anche i bombardamenti. Protetti dalla mia presenza, i ragazzi guardavano divertiti i paurosi caroselli dei caccia,  eccitandosi alle "picchiate" che scuotevano la campagna alle radici: il Ponte, C., Cusano, Madonna di Rosa, erano continuamente bersagliati,  colpiti, percossi dalle bombe.  Noi guardavamo i pennacchi di fumo massiccio che si erigevano dal vicino orizzonte. Mi pare che quei giorni fossero sempre sereni, dolcemente celesti. Non mi riesce sgradevole nemmeno il ricordo delle formazioni che per ben sei volte sotto i nostri occhi bombardarono la stazione di C., a poco più di un chilometro da noi; e noi vi si assisteva fuori dalla porta della nostra poetica scuola."


Il brano, tratto da Atti impuri,  si riferisce alla libera scuola che Pasolini creò a Versuta per i ragazzi cui la guerra impediva le lezioni regolari.
La "C" puntata è naturalmente Casarsa,mentre la lettera "B." allude alla famiglia Bazzana nella casa della quale Pasolini fu ospitato con la madre.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Atti impuri, in Romanzi e racconti, a cura di W. Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, pp. 24-25.

Ogni estate, si giungeva alla casa materna

"Mi vedo, appena sceso dal treno, lungo la via tanto famigliare per dove, all'inizio di ogni estate, si giungeva alla casa materna; ora sul paese si stendeva come un'immensa piaga luminosa nel cui grembo sonoro camminavano ragazzi con abiti e berretti di pelo che io non avevo mai visto. Insieme a Guido salii nella vecchia stanza che ci aveva accolti a ogni estate un poco più grandi, e mi addormentai subito, sfinito com'ero dal viaggio notturno.  Oh, il risveglio in quella luce fredda e candida! Ristorato dal sonno, mentre il meriggio volgeva alla sera, sentivo respirare intorno a me una vita la cui troppa famigliarità mi dava una specie di struggimento. Col cuore devastato dall'emozione riconoscevo i vecchi gesti (e li interpretavo in un ordine particolarissimo di affetti e ricordi: indizi di avvenimenti cari e dimenticati); riconoscevo gli odori serali del fumo, della polenta e del gelo; riconoscevo le inflessioni della lingua, le sue vocali aperte, le sue sibilanti che giungevano, in un attimo di strana lucidità, a sfiorare  il senso segreto, inesprimibile, nascosto in tutto quel mondo. Tutto ciò mi pareva un'avvisaglia di gioie future, di avventure minime ma capaci di straordinarie consolazioni; ne ero certo."


Nel brano, tratto dalle pagine di Atti impuri, Pasolini rievoca le promesse di felicità delle vacanze estive che ogni anno lo portavano a Casarsa insieme  al fratello Guido.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Atti impuri, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S.De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, pp. 34-35.

A Rosario

"In Maggio tutte le sere andai a Rosario: furono momenti soavissimi. La chiesa spopolata, le rare candele, il pavimento umido come di fantasmi primaverili, e il canto nudo, vibrante delle litanie, da cui, un po' alla volta, ero stordito. Appoggiati alla porta e al fonte battesimale, oppure diritti in piedi cantavano, tutt'intorno a me, coloro per cui unicamente ero entrato in chiesa ... L'uscita dal Rosario è lo spettacolo più dolce e patetico a cui io abbia mai assistito. Quell'anno, poi, i ragazzi avevano escogitato un gioco che pareva fatto apposta per torturarmi: uscendo dalla chiesa, scatenati e felici,  essi appiccavano il fuoco coi loro misteriosi fulminanti a certi pezzetti di mica trasparente, rivenuta chissà dove, e li gettavano in alto, sì che ne era prodotta una fantastica e ardente pioggia di torce.I giorni intorno a Pasqua furono particolarmente tristi: io ero solito sfogarmi col mio amico Cesare B., il quale ebbe a sentire da me, se non m'inganno, recriminazioni  davvero commoventi contro la noia, la morte ecc.; ero di una eloquenza disperata (...). Ma devo avvertire che nella nottata ormai tiepida, corrotti dalla distanza, spettri di interrogazioni morte a mezz'aria, risalivano fino a noi le note di una fisarmonica, di una tromba ... Erano Jacu, Milio, Rosa, che tentavano, lontani, i loro strumenti, appoggiati, chissà, a un salice, seduti contro un paracarro".


Il brano è tratto dalle pagine diaristiche di Atti impuri, in cui Pasolini registra le esperienze legate alla sua gioventù in Friuli e descritte anche nei riverberi sensibili della sua vita interiore.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Atti impuri, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, pp. 37-38.

Irruenti partite di calcio

"Il prato verdissimo, davanti alla facciata rosa della chiesa, fu un altro dei luoghi dell'amore di Paolo.
Una fontana mormorava oltre la stradicciola che lo rasentava; a sinistra cominciavano i campi, mentre dal lato della fontana si alzavano le case vecchie e grige, coi loro lunghi cortili, gli stabbi e le tettoie.
Sul prato volavano sempre frotte di uccelli, che del resto, in primavera riempivano tutta Viluta coi loro assordanti cinguettii; averle, codoni o tordi, e ora, d'inverno, scriccioli e cinciallegre e colombi.
Davanti alla chiesa, su quel lenzuolo d'erba che anche d'inverno manteneva il suo colore,  i ragazzi giocavano le loro irruenti partite di calcio. Ad essi, qualche tempo dopo, quando ebbero fatto più confidenza, si aggiunse anche Paolo che si divertiva come loro,  accaldato, scattante e pieno di trascinante ardore. Aveva appena superati i vent'anni; ma ne dimostrava molti di meno."


Il brano è tratto dalle prose di Atti impuri, in cui Pasolini, in una forma che oscilla tra il diario soggettivo e il racconto in terza persona, racconta le esperienze legate al soggiorno a Versuta, mimetizzata nel testo sotto il nome di Viluta.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Atti impuri, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll.,  Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, p. 69.

La chiesetta di Viluta

"I C., e specialmente il vecchio capofamiglia che era molto religioso, avevano organizzato un Rosario ogni sera, per tutto Gennaio. Tutti i miei scolari vi andavano.
La chiesetta di Viluta era molto antica, anche i banchi più recenti dovevano essere almeno del '700; la pila dell'acqua santa, che sorgeva isolata sul pavimento consunto dai secoli, era invece vecchia come la chiesa, cioè di almeno seicento anni. Degli affreschi trecenteschi, tra giotteschi e tolmezzini, guardavano coi loro occhi tedeschi la povera gente di Viluta che cantava le litanie dietro la voce lamentosa del vecchio Giacomo.
La luce del tramonto invernale scarlatta riverberava dentro la chiesetta, tra le fiammelle delle candele. Poi i ragazzi, senza aspettare che finisse il minuto di raccoglimento finale, si mettevano a tirare a tutta forza  la corda della campanella che pendeva davanti alla porta. E la campanella assordava l'aria scura e avvampante, più acuta del gelo.
Allora si usciva da Rosario. Verso occidente la enorme lastra infuocata, fossile del tramonto che occupava un quarto del cielo andava consumandosi,mentre, sul suo orlo estremo, Lucifero scintillava con vicino un'altra piccola stella."


La lettera "C" puntata si riferisce alla famiglia Cicuto di Versuta, presso la quale Pasolini, lasciata la stanza nella casa di Ernesta Bazzana,  si trasferì con la madre e il padre rientrato dalla prigionia in Africa.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Atti impuri, in Romanzi e racconti, a cura di W. Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, pp. 100-101.

Il nostro "félibrige" friulano

"Scrissi, è vero, alcuni buoni versi friulani, ma mescolati alla produzione veramente eccessiva, straripante di un friulano troppo incline agli intenerimenti. Ma che dolcissime Domeniche passammo quell'inverno e quella primavera in grazia della poesia friulana e della musica di P.!
Io e mio cugino N. le ricordiamo come le più belle che abbiamo mai trascorso (...). Ci si riuniva nella mia camera, o nel piccolo retro cucina dei Cicuto, dove erano alloggiati i nostri amici, o, da ultimo, nel casello in cui facevo scuola. Nessuno mi toglie ora dalla mente che quello sia stato il nostro Decamerone, o, più concretamente, il temporalizzarsi di quell'eremo interiore dove sapevamo rifugiarci, e dove non giungeva neppure l'eco di quei tremendi scoppi che notte e giorno scuotevano la terra. Discutevamo di musica, di poesia; ma con estrema gaiezza, con molte risa, con molte interruzioni per fare della maldicenza sui nostri comuni amici borghesi di C. Ci aiutavamo molto, io e P., a entrare  nel cuore ingombro dei contadini che ci ospitavano; è strano, parlavamo soprattutto di questo. In materia di poesia io ero la guida accettata; e mi era dolcissimo parlarne, perché, mentre di solito la mia timidezza (causata dalla mia malinconia) mi fa parlare male, pronunciare quasi balbettando soprattutto le frasi di valore poetico, quando invece sono allegro posseggo tutti gli elementi dell'eloquenza: divento perfino brillante. Mi piace ricordare quelle nostre riunioni poetiche come una specie di Arcadia, o, con più gioia, come una specie, molto rustica invero, del salotto letterario. Si pensi che è nato in una di quelle Domeniche il nostro félibrige friulano!
C'era a quelle riunioni mio cugino N., che giungeva dal Mulino di San Giovanni -dove si trovava sfollato coi suoi - sfidando per un lungo tratto di strada pericoli non irrilevanti: giungeva placido col suo paltò nero e Ungaretti sotto il braccio. Non aveva allora che sedici anni, ed era nel pieno della sua tranquilla precocità: la lettura ch'egli ci faceva delle sue poesie (che non erano affatto noiose come sono per lo più le poesie degli adolescenti) costituiva uno dei momenti più limpidi delle nostre riunioni. C'era Ovidio Colussi e suo fratello Ermes, appartenenti a quella stirpe di "piccoli proprietari" fortemente cattolici così florida a C.; due ragazzi sensibili e aperti; c'era De Rocco, mio vecchio amico di san Vito, e valido pittore; e molti altri giovani studenti.
La gioia con cui ci trovavamo dava dunque una fisionomia particolare, addirittura commovente a quei nostri meriggi domenicali; e tutto questo conferma ancora una volta che io vivrei (oh, questo condizionale!) in uno stato di inalterata gaiezza."


Il brano, che risale al 1947, è tratto dai "Quaderni rossi", i diari, tuttora inediti nella loro interezza, in cui Pasolini registrò tra il 1946 e il 1947 le sue  confessioni intime e private. Il riferimento è qui alle riunioni dell'Academiuta di lenga furlana, fondata da Pasolini a Versuta il 18 febbraio 1945. Tra gli altri, ne fecero parte il cugino Nico Naldini (nel testo è "N" puntato) e la violinista slovena Pina Kalz (nel testo è "P" puntato).
La lettera "C" puntata è, naturalmente, Casarsa.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Dai "Quaderni rossi", Appendice ad "Atti impuri", in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, pp. 151-152.

Atti impuri