I Turcs tal Friúl

Forum Julii, Udine, 1976

Steso nel maggio 1944, ma lasciato nel cassetto e pubblicato postumo nel 1976, I Turcs tal Friúl  è un atto unico drammatico in friulano, che attesta il precoce interesse di Pasolini per il teatro, particolarmente intenso e fertile durante il periodo giovanile della sua vita.
Ne costituisce lo spunto centrale l’episodio storico dell’invasione turca in Friuli del 1499, che lambì anche Casarsa e che è attestata da un lapide votiva del 1529, ora  visibile nella Chiesa di Santa Croce. Ispirato dalla volontà di dotare l’arcaica comunità popolare della coscienza della propria storia e delle proprie tradizioni, Pasolini vi inscena soprattutto le reazioni che lacerano il paese di fronte alla minaccia del nemico e che lo dividono su fronti contrapposti, a partire dal forte diverbio tra due fratelli della famiglia Colussi, il contemplativo Pauli e il ribelle Meni.
Motivi ulteriori della stesura poterono essere anche la ricorrenza dei cinquecento anni dalla fondazione della Parrocchia di Casarsa (1444-1944) e, soprattutto, l’occupazione nel 1944 dei nazisti, di cui i Turchi del testo sono la palese metafora.
Considerato dallo stesso Pasolini «forse la [sua] cosa migliore […] in friulano», come scrisse a Gianfranco D’Aronco in una lettera del 29 novembre 1945, il dramma si segnala anche per l’originale apporto dato all’uso letterario e drammaturgico del codice friulano, che è liberato da ogni sfumatura folclorico-vernacolare e si connota per un inedito e intenso spessore tragico.
Da ricordare che, dopo un primo allestimento diretto da Rodolfo Castiglione nel 1976 e le successive rappresentazioni curate da Gianni De Luigi, nel 1977, e da Paolo Mezzacapo de Cenzo, nel 1986, il testo conobbe una memorabile e smagliante messinscena nel 1995, per la regia di Elio De Capitani e su musiche di Giovanna Marini (produzione Teatridithalia, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Biennale di Venezia; debutto all’Arsenale di Venezia l’11 giugno 1995).
Nello stesso anno è uscita una riedizione del testo, curata da Andreina Nicoloso Ciceri per le edizioni della Società Filologica Friulana.

 

Citazioni tratte dall'opera

Crist, pietàt dal nustri paìs

"Crist,  pietàt dal nustri paìs. No par fani pì siors di chel ch'i sin. No par dani ploja. No par dani soreli.  Patì cialt e frèit e dutis li tempiestis dal sèil, al è il nustri distìn. Lu savìn. Quantis mai voltis ta chista nustra Glisiuta di Santa Cròus i vin ciantàt li litanis, parsè che Tu ti vedis pietàt da la nustra ciera! Vuèi  i si 'necuarzìn di vèj preàt par nuja:  vuèi i si 'necuarzìn che Tu ti sos massa pì in alt da la nustra ploja e dal nustri soreli e dai nustris afàns. Vuèi a è la muart ch'a ni speta cà intor. Cà intor, Crist, dulà ch'i sin stas tant vifs da crodi di stà vifs in eterno e che in eterno tu ti ves di dàighi ploja ai nustris ciamps, e salùt ai nustris puòrs cuarps. Ma di-n-dulà vènia che muart? Cui àia clamàt che zent di un altri mont a puartani la fin da la nustra puora vita, sensa pretesis, sensa idèai, sensa 'na gota di ambiziòn? Ucà, a si stava, Crist, cu 'l nustri ciar, cu la nustra sapa, cu 'l nustri colt, cu la nustra Glisiuta ... Èsia pussibul che dut chistu al vedi di finì? Se miracul èisa, chistu, Signòur, che tu ti vedis di vivi enciamò, quant che dut cà intor che adès al è vif, coma che s'al ves di stà vif par sempri, al sarà distrùt, sparìt, dismintiàt? E tu Verzin Beada? Sint se bon odòur ch'al sofla dal nustri paìs ... Odòur di fen e di èrbis bagnadis, odòur di fogolàrs, odòur ch'i sintivi di fantassìn tornant dal ciamp. Ti, almancul Tu, ch'i ti vedis pietàt di nu, ch'i ti fermis il Turc."

[Tr.: Cristo, pietà del nostro paese. Non per farci più ricchi di quello che siamo. Non per darci pioggia. Non per darci sole. Patire caldo e freddo e tutte le tempeste del cielo, è il nostro destino. Lo sappiamo. Quante volte in questa nostra Chiesetta di Santa Croce abbiamo cantato le litanie, perché Tu avessi pietà della nostra terra! Oggi ci accorgiamo di aver pregato per niente: oggi ci accorgiamo che Tu sei troppo più in alto della nostra pioggia e del nostro sole e dei nostri affanni. Oggi  è la morte che ci aspetta qua attorno. Qua attorno, Cristo, dove siamo stati tanto vivi da credere di vivere in eterno e che in eterno Tu dovessi dare pioggia ai nostri campi, e salute ai nostri poveri corpi. Ma da dove viene quella morte? Chi ha chiamato qui gente di un altro mondo a portarci la fine della nostra povera vita, senza pretese, senza ideali, senza una goccia di ambizione? Qui, si stava, Cristo, con il nostro carro, con la nostra zappa, con il nostro concime, con la nostra Chiesetta ... È possibile che tutto questo debba finire?  Che miracolo è, questo, Signore, che Tu debba vivere ancora, quando tutto qua attorno, che adesso è vivo, come se dovesse rimanere vivo per sempre,  sarà distrutto, sparito, dimenticato? E Tu Vergine Beata? Senti che buon odore che soffia dal nostro paese ... Odore di fieno e di erbe bagnate, odore di focolari, odore che io sentivo da ragazzo tornando dal campo. Tu, almeno Tu, che abbia pietà di noi, che fermi il Turco.]


È la celebre Prejera (Preghiera) che Pauli Colùs rivolge a Cristo di fronte alla minaccia dell'invasione dei Turchi del 1499.
Il testo uscì con qualche leggera variante sulla rivistina "Stroligut di cà da l'aga" dell'agosto 1944 e poi fu ripreso da Pasolini come incipit del dramma in friulano I Turcs tal Friúl, steso nel maggio 1944  ma pubblicato postumo nella sua interezza solo nel 1976.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, I Turcs tal Friúl, in Teatro, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano, 2001 ["I Meridiani"], pp. 41-42

I Turcs tal Friúl