Il sogno di una cosa

Garzanti, Milano, 1962

Il romanzo d’ambiente friulano Il sogno di una cosa fu scritto tra il 1949 e il 1950 e, dopo ulteriori revisioni, uscì per Garzanti nel 1962 in una versione definitiva preparata, dichiarò Pasolini, «con lo stile del me stesso di allora». Su suggerimento di Franco Fortini, il titolo fu preso da una frase di Marx, eliminando altri titoli concorrenti: La meglio gioventù, poi passato alla omonima raccolta poetica del 1954, e I giorni del lodo De Gasperi, che rinviava più direttamente ad uno dei nuclei della narrazione, la lotta dei contadini friulani contro i grandi proprietari terrieri, lotta alla quale Pasolini faceva risalire la sua adesione al marxismo.
Il racconto è diviso in due parti, con un programmatico intento di storicizzazione e con rinvio a fatti, personaggi e luoghi reali del dopoguerra in Friuli, in particolare nella Destra Tagliamento.
La prima parte, datata 1948, racconta dell’incontro tra i tre protagonisti, Nini, Eligio e Milio, durante una sagra pasquale, e della loro decisione di emigrare all’estero in cerca di lavoro. Mentre Milio va in Svizzera, Nini ed Eligio scelgono la Jugoslavia, da cui tuttavia rientrano delusi dopo pochi mesi. Vengono in seguito coinvolti nelle manifestazioni di lotta dei braccianti, che si concludono con la sconfitta e il ritorno alla dimensione immobile del paese.
La seconda parte, datata 1949, accumula alcuni motivi narrativi attorno alla figura di Cecilia, di cui Nini si innamora, e alle donne della famiglia Faedis. Il racconto si orienta così in un’atmosfera femminile e sentimentale che si sostituisce a quella maschile, destinata a consumarsi e a spegnersi, come avviene con la morte di Eligio che, con cesura forte e inaspettata, chiude l’intreccio.
Scrittura romanzesca d’esordio e insieme di consuntivo, Il sogno di una cosa si può leggere come la celebrazione dell’idillio friulano e insieme come la sua negazione luttuosa.

Citazioni tratte dall'opera

Il laghetto splendeva liscio liscio

"Oltre alla festa della classe del '29, c'erano state le sagre in tutti i paesi dei dintorni, a Cintello, Savorgnano, Gleris, e poi quella famosa di San Pietro e Paolo a Valvasone, e a Saletto, Morsano, Teglio, Cordovado... A Cordovado era stata bella; dopo aver ballato tutta la notte, e bevuto, verso le due avevano deciso di andarsene a fare il bagno. Giunsero gridando e cantando al Pacher. Il laghetto splendeva liscio liscio sotto le stelle. Essi si spogliarono svelti in mezzo alla boschina e si gettarono nudi nell'acqua. Era appena piovuto e l'erba era bagnata, i rami delle acacie gocciolanti: tutto riluceva sotto la luna".


Le pagine iniziali del romanzo Il sogno di una cosa sono caratterizzate dall'atmosfera gioiosa della gioventù in festa, come avviene  nel frammento, appena accennato, in cui un gruppo di ragazzi va a fare il bagno di notte nel laghetto del Pacher, sotto la luna.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Il sogno di una cosa, in Romanzi e racconti, a cura di W. Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. II, p. 24

A Ligugnana

"Al Nini pareva di essere a Ligugnana, all'ora in cui i contadini tornano dal campo sul carro del fieno, e le cucine son piene di gente, chi parla, chi litiga, chi canta, mentre i piccoli portano le bestie ad abbeverarsi alla vasca della pompa, e le ragazze si pettinano preparandosi a portare il latte in latteria; la piazza del paese si anima, prende quasi un'aria di festa, col buon odore della polenta nell'aria tiepida della sera, e le prime luci che cominciano ad accendersi qua e là."


Nel brano, tratto dal romanzo Il sogno di una cosa, la pagina prende un sapore di idillio. Qui il personaggio di Nini, di ritorno dalla cocente delusione dell'emigrazione di Jugoslavia, già pregusta dentro di sé la calda atmosfera contadina del paese di Ligugnana, da cui era partito pieno di speranza.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Il sogno di una cosa, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. II, p. 47.

A Rosa verso sera

"Alla sera quasi sempre mi prendeva una grande malinconia. Mi ricordavo di Rosa che a quell'ora era tanto bella e piena di vita: tutti erano stanchi per il lavoro nella campagna, ma nel tempo stesso  intorno c'era tanta allegria. I fratellini minori caricavano il bidone del latte sul manubrio della bicicletta e partivano pedalando contenti e fischiettando verso la piazza del paese.  Per lo stradone, estate e inverno, c'era sempre un viavai di carrette o di carri o di biciclette, che andavano da Rosa a Gruaro; e le donne accendendo il fuoco o raccogliendo i panni messi ad asciugare nel cortile parlavano fra di loro gridando e ridendo.  Erano belle quelle ore: noi giovanotti ci lavavamo alla pompa mentre i vecchi o i ragazzetti portavano ad abbeverare gli animali, e poi andavamo a cambiarci perché verso sera, nei  nostri paesi, c'è sempre un po' di festa.
In Svizzera, invece, a quell'ora, veniva subito buio e freddo, e tutti si ritiravano nelle loro belle case".


Il paese di Rosa si colora di struggente nostalgia nel pensiero di Milio, emigrato in Svizzera a cercare fortuna dalla miseria. Il brano è tratto dalla prima parte del romanzo Il sogno di  una cosa.
Sotto il nome di Gruaro è mimetizzato il paese di San Vito al Tagliamento.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Il sogno di una cosa, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. II, p. 63.

Sotto il Crocifisso e il ritratto di Stalin

"[...] l'animazione insolita riguardava solo il borgo Braida, la strada centrale di San Giovanni, intorno ai locali dell'Enal.
Le porte e le finestre dell'osteria - che del resto non avevano imposte- erano spalancate e gettavano sulla strada e i tetti delle casupole vicine dei fasci di luce gialla, a cui si mescolavano le voci e il brusio dell'interno. Dentro, infatti, nelle due stanzette a pianterreno, e sopra, nelle altre due che formavano la sede del partito, era radunata una eccezionale folla di uomini -e, cosa insolita,  anche di donne. Le stanze, così sopra come sotto, erano invase dal fumo: era già molto, dunque, che quella gente vi stava raccolta.  Infatti ormai la riunione era per finire. Pieri Susanna, il segretario della sezione, accanto al banco, parlava serio con un giovane della federazione venuto apposta da Pordenone per partecipare a quell'adunanza, e che ora, prima di andarsene, prendeva gli ultimi accordi. Intorno a loro due c'erano i più anziani, sia della sezione del partito che della Federterra; e ascoltavano quasi gravi,  coi loro visi bruciati dall'aria e dal vino, i discorsi dei due dirigenti. Anche gli altri chiacchieravano, seduti ai tavolini, o ammassati in piedi a empire le due stanzette dal pavimento lucido di chiazze d'acqua.
Sopra, continuava ancora la riunione delle Avanguardie Garibaldine; anche lassù, a differenza del solito, c'era molta serietà e quasi raccoglimento.
I giovani stavano seduti sulle panche, o in piedi lungo le pareti, fumando, coi loro pesanti blusoni o con le tute che odoravano fortemente di acqua e di strame.
[...] Il segretario aveva appena finito di parlare: ma adesso restavano ancora insieme un po'ad aspettare che spiovesse, un po' a discutere e a prendere gli ultimi accordi. I ragazzi erano però intimiditi. Eligio che stava vicino al tavolo sfasciato sotto il Crocifisso e il ritratto di Stalin, rivolto ai compagni, arrossendo, chiese: «Non avete niente da dire? Coraggio, parlate!». Gli altri si guardavano tra loro e tacevano. «Cosa vuoi che diciamo noi ignoranti», esclamò ridendo suo fratello Onorino. «Va bene così»."


Nel brano, tratto dal romanzo Il sogno di una cosa, è descritta la riunione tenuta a San Giovanni al circolo ricreativo dell'Enal, Ente Nazionale Asistenza Lavoratori, per preparare la rivolta contadina contro i proprietari terrieri per l'applicazione del Lodo De Gasperi. L'Enal era gestito dai comunisti del paese, che ne avevano fatto la sede della sezione locale del partito.
L'episodio della protesta è storico (si verificò nel febbraio 1948)  e vide lo stesso Pasolini, ormai iscritto al Pci, al fianco dei rivoltosi.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Il sogno di una cosa, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. II, pp. 67-68

"Forza compagni!" verso la villa dei Pitotti

"«Sono andati in giù, verso la villa dei Pitotti », rispose il moro, con un gesto di minaccia. «Forza compagni!» aggiunse, gridando dietro ai due fratelli che si erano messi a correre giù per la strada delle Scuole. Dietro a queste, al di là della roggia che nei secoli passati circondava le mura di cinta di Gruaro, sorgeva in mezzo a un piccolo giardino, la villa dei Pitotti. Il giardino, la strada davanti, lungo il ciglio della roggia, erano tutti occupati; le finestre della facciata della casa erano chiuse. [...]
«Sono là dentro che muoiono di paura», disse Livo.
«Ehi, padroni, aprite», gridava Susanna, facendo qualche passo indietro sulla ghiaia, e guardando verso le finestre. «Aprite, altrimenti vi sfondiamo la porta». Dopo qualche minuto il battente si aprì e apparve sul vano un uomo di cinquant'anni, grosso, alto, calvo, che teneva a tracolla una doppietta. Era lo stesso Pitotti, uno dei più ricchi proprietari del mandamento. «Che cosa volete?» domandò.
«Vogliamo parlare con lei», disse a voce molto alta Susanna.
«Siete un centinaio qui», disse Pitotti,«non vorrete mica entrare tutti quanti in casa mia.»
«Per parlare basta anche uno solo», disse sempre gridando Susanna.
«Va bene», esclamò Pitotti, «ma entri una commissione formata il massimo da quattro dei vostri.»
Dopo qualche minuto di incertezza entrarono nel corridoio Susanna, Blasut, Jacu e Eligio.
«Di qua», disse Pitotti.
Li fece entrare nel suo studio, dove c'era una grande scrivania, lucidata e lustrata accuratamente, come tutti gli altri mobili e le scansie, che si riflettevano sul pavimento, ma ricoperta da scartoffie e volumi polverosi e ingialliti. Alla scrivania stava seduto lo zio di Pitotti, lui pure alto e calvo, ma, per la vecchiaia o la paura, le mani gli tremavano. Pitotti andò a mettersi in piedi dietro alla scrivania.
«E allora?» disse. Nessuno degli operai aveva coraggio di parlare."


L'episodio, tratto dal romanzo Il sogno di una cosa, racconta il momento della rivolta dei braccianti e dei disoccupati contro i proprietari terrieri per l'applicazione del Lodo De Gasperi.
Nella Destra Tagliamento la lotta riguardò in particolare alla fine di gennaio 1948  la cittadina di San Vito, mimetizzata nel testo sotto il nome di Gruaro, in cui i rivoltosi giunsero anche a occupare le case dei padroni. Fu il caso del palazzo del conte  e senatore (sotto il fascismo) Francesco Rota, il più grande proprietario terriero di San Vito, personaggio bene imparentato a livello nobiliare. La seconda moglie aveva a che fare con i boemi Wallenstein, presso i quali era morto Giacomo Casanova nel 1798. Invece una delle figlie di Rota, Giuliana, sposò il primogenito di Pietro Badoglio, il maresciallo d’Italia. Il conte era l’esponente dell’ala dura, quella dei proprietari che non volevano cedere alle richieste delle centinaia di contadini disoccupati, che poi furono caricati e dispersi dalla polizia.
Nel romanzo di Pasolini il conte Rota è mimetizzato nel nome Pitotti, che esistevano realmente ed erano una famiglia di piccoli possidenti terrieri di San Giovanni di Casarsa.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Il sogno di una cosa, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. II, pp. 75-76.

Enorme chiesa in stile gotico

"Tutta la strada, dalle scuole alla piazza, era in subbuglio, e nessuno capiva quello che accadeva dall'altra parte. Gli operai era tre o quattro centinaia, ma anche gli agenti erano molti. La lotta era più accanita davanti al cancello di Malacart,  e da lì si propagava da tutte le parti.
Ma gli anziani cominciavano a disunirsi, limitandosi a scansare i poliziotti quando questi gli andavano addosso e li prendevano a spinte: li guardavano un  po' come i ragazzi guardano i grandi quando li rimproverano, chiudendosi in un'espressione tra circospetta e velenosa: facevano della loro umiliazione una specie di rinvio ad altri momenti più propizi , una minaccia repressa. Si allontanavano soli o a gruppi dal centro della lotta, piano, come perché la cosa avvenisse inavvertitamente: qualcuno riparava contro i muri delle case, altri si spingevano su, lungo le pareti a strapiombo dell'enorme chiesa in stile gotico costruita cinquant'anni prima, per la stradina che conduceva, appunto, tra la chiesa e la loggia, alla sagrestia, e al cinema dei preti: e da lì stavano a guardare quello che succedeva al centro della piazza, nel fango; altri ancora erano svoltati addirittura giù per  borgo Romans, allontanandosi qualche decina di metri dalla piazza."


Il brano, tratto dal romanzo Il sogno di una cosa, descrive il fallimento della rivolta contadina del 1948, repressa dalle forze dell'ordine e a poco a poco disertata dagli stessi partecipanti anziani.
Il quadro è ambientato nella piazza di San Giovanni, dominata dalla imponente mole del  Duomo in stile neogotico. I Malacart furono effettivamente dei proprietari terrieri, che però erano originari di San Vito e non risiedettero mai a San Giovanni. Pasolini, forse attirato dal colore nefasto del nome, li trasformò invece in abitanti del paese, immaginandoli residenti nel palazzo della famiglia Pitotti di San Giovanni, posto accanto alle Scuole elementari.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Il sogno di una cosa, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. II, p. 103.

E finalmente la stazione nuova

"Passò il lungo stradone, passò San Floreano con la sua gran piazza sulla roggia e l'osteria, passò la strada tutta a curve, tra gallerie di verde, che conduceva a Casarsa; ed ecco i primi muri di Casarsa, affumicati, di sasso, sulla strada asfaltata, ecco borgo Pordenone, con le sue facciate strette, vecchie, i grandi porticati, i contadini che tornavano sui carri pieni di fieno, qualche militare, qualche signore, come a Rosa non se ne vedono mai: e finalmente la stazione nuova, nel piazzale bianco di polvere e di calce, silenzioso come un lazzaretto. Sugli scalini della stazione c'erano le due suore che aspettavano Cecilia, tutte sudate e ansiose. La carretta andò a fermarsi davanti a loro, e Nisiuti scese a dare un po' di fieno al cavallo, in fretta, per godersi la vista della stazione, del bar, dei treni. Tutto il gruppo delle ragazze e delle suore andò a mettersi lì, in paziente e preoccupata attesa, dentro l'ingresso della stazione, vuoto, che ardeva come un forno."


Il brano descrive il malinconico addio di Cecilia, la ragazza delusa nel suo sogno d'amore che sceglie di farsi suora e lascia per sempre il paese. La situazione è intrisa di struggente tenerezza, tono sentimentale "al femminile" che prevale nella seconda parte del romanzo Il sogno di una cosa da cui la pagina è tratta.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Il sogno di una cosa, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], vol. II, pp. 150-151.

Il sogno di una cosa