Romàns

Guanda, Parma, 1994

Già anticipato nei primi tre capitoli da Enzo Siciliano su «Nuovi Argomenti» [gennaio-marzo 1986] e  pubblicato postumo nella sua interezza nel 1994, Romàns è un racconto lungo che Pasolini stese tra il 1948 e il 1949, pensando di farne confluire la storia nell'intreccio del romanzo poi intitolato Il sogno di una cosa, ma di fatto lasciandolo nel cassetto.
Espunto dal progetto del Sogno, il testo acquistò una sua autonomia intorno alle vicende, datate tra il 1947 e il 1949, di due personaggi che sono riflesso oggettivato dell’esperienza personale di Pasolini in campo culturale, didattico e politico sul finire degli anni Quaranta: il mite intellettuale comunista Renato e soprattutto Don Paolo, giovane prete che giunge in un paesino del Friuli e orienta il suo apostolato all’impegno pedagogico e sociale ma presto è incrinato dal tormento interiore dell’impulso omoerotico.
Romàns, che dà il titolo al libro, ha il suo corrispettivo reale in Borgo Runcis, un’appendice di San Giovanni, frazione di Casarsa, che a sua volta è mimetizzata sotto il nome di Marsure. Analoghi rimandi  si possono rintracciare nei riferimenti ad alcuni dati d’ambiente, come per la loggia quattrocentesca con gli archi a sesto acuto dove Pasolini, segretario della sezione comunista di san Giovanni, faceva affiggere i suoi manifesti murali di polemica antidemocristiana.
Nell’edizione curata da Naldini e riedita da Guanda nel 2015, compaiono anche due racconti, che così compongono un ideale trittico di prose giovanili: Un articolo per il «Progresso», risalente agli stessi anni di stesura di Romàns di cui, nel personaggio di Pina, è ripreso il risvolto sociale; e Operetta marina, del 1950, estrapolato da un progettato ciclo narrativo Per un romanzo del mare, e organizzato come affondo autobiografico nelle emozioni e nei luoghi dell’infanzia, tra Cremona, Idria, Sacile e Casarsa.

Citazioni tratte dall'opera

Romans: una specie di paese nel paese

"San Pietro si articola in vari luoghi: facendo angolo proprio con la mia casa sbocca in piazza la strada che conduce a Romans; verso San Quirino si stende il lungo Borgo Braida; in direzione del Tagliamento Borgo Sassonia, e infine, verso Marsure, Borgo Monte. Il fatto che i miei scolari siano prevalentemente di Romans è abbastanza importante, perché Romans è una specie di paese nel paese. I suoi abitanti hanno caratteri propri, fisici, anzitutto; sono biondi, di un biondo tra barbaro e delicato, alti, solidi come pioppi, hanno una pronuncia strascicata, rude e vezzosa. Al contrario giù per Braida, prevalgono i tipi bruni, con un'aria più svelta e moderna. [...] Mi si diceva che a Romans la gente è violenta, faziosa, e mi si raccontava di baruffe celebri, a causa di certe serenate fatte da giovani di Marsure alle ragazze del borgo. A me non pare siano come me li hanno, per tradizione, dipinti: io trovo che siano piuttosto apatici e allegri. Non abitano là i più temibili comunisti".


Il brano è tratto dal romanzo Romans, steso da Pasolini tra il 1948 e il 1949. Al centro la storia di un prete, Don Paolo, che giunge dal Veneto nel paese di San Pietro, frazione di Marsure, due nomi che hanno il loro corrispettivo reale in quelli di San Giovanni e di Casarsa. A sua volta il Borgo Romans equivale nella realtà a Borgo Runcis, piccola contrada di San Giovanni.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Romans, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. II, p. 214.

Quegli strani affreschi

"Con Renato Don Paolo  era stato molte volte in quella chiesetta: avevano parlato a lungo di quegli strani affreschi che la decoravano. Nella parete destra, a meridione, c'erano delle figure in processione, che erano senza dubbio simili a quelle dell'antichissima abbazia di Sesto, opera di qualche provinciale che aveva conosciuto Giotto nella Cappella degli Scrovegni; ma nell'abside l'attribuzione non era facile; nei dintorni, infatti, si incontravano molte di quelle vecchie chiesette del '400, del '300 e anche del '200, e di solito erano affrescate dal Bellunello o da Pietro di San Vito e, più tardi, dal Pordenone stesso o dal suo genero, l'Amalteo; verso Nord, poi, dalla parte di Spilimbergo, avevano lavorato Francesco da Tolmezzo e gli altri Tolmezzini. Ma questa chiesetta di Viluta era misteriosa: gli affreschi dell'abside, dolcissimi, parevano dipinti alla maniera del Beato Angelico.
Davanti alla piccola facciata rosa e consunta si stendeva un praticello verdecupo , con in fondo una pompa, e tutt'intorno la campagna ancora vuota di foglie ma già piena di uccelli."


Il brano, tratto dal romanzo Romans (1948-1949), fa riferimento alla chiesetta di Versuta, mimetizzata nel testo sotto il nome di Viluta.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Romans, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. II, pp. 247-248.

La loggetta coi suoi due archi a sesto acuto

"[...] la piazza, se si eccettuano i passeri, era del tutto deserta. In fondo alla loggetta coi suoi due archi a sesto acuto, era disteso un mendicante, sul pavimento consumato di marmo: era l'unica zona d'ombra, grigia e impalpabile."


La "loggetta", cui si fa riferimento nel brano tratto dal romanzo Romans, si trova nella piazza di San Giovanni, accanto al Duomo.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Romans, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, p. 249.

Borgo Romans

"Il borgo cominciava con una vecchia strada, larga, proprio dietro la casa di Don Paolo, con le sue grandi facciate grige, di sassi, o ricoperte di intonaci scrostati; dei grandi sottoportici si aprivano in mezzo a quelle facciate, tra i balconcini irregolari, coi portoni sempre spalancati, in modo che si vedevano in fondo verdeggiare i gelsi e le viti degli orti interni, o dei cortili di terra battuta, dove svolazzavano le galline o i tacchini, e le donne, sedute in fondo alle scale dei ballatoi, stavano a cucire o a chiacchierare. Tutta quella vita, dentro quei casolari poveri e vasti, tra concimai e stalle, era abbastanza famigliare a Don Paolo, per il tratto della strada fino al passaggio a livello. Al di là, invece, dove si stendeva il vero borgo Romans, c'era stato poche volte, e il luogo gli era rimasto sempre un po' misterioso.  Ora, nella fresca luce della mattina, il borgo, che dietro alla ferrovia si diramava in tre o quattro stradine secondarie, spaziandosi in grandi orti,  e anche in campi di frumento o medica, era tutto pieno di  una vita animata, echeggiante: passavano dei carri pieni di concime, guidati da ragazzi o uomini che si salutavano, davanti alle porte, o intorno alle pompe, si radunavano gruppi di donne, coi secchi di rame o i canestri pieni di biancheria; dentro i cortili, sui ballatoi di legno, c'era tutto un muoversi, un cantare. Eppure per ogni dove, con la luce, gravava un silenzio che dava al borgo e ai suoi abitanti, un senso di lontananza e di solitudine."


Nel romanzo Romans, il toponimo che dà il titolo al testo allude nella realtà a Borgo Runcis, frazione di San Giovanni.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Romans, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. II, p. 254.

Ligugnana, la piccola Russia

"Aveva avuto l'incarico dal suo giornale di farvi una breve inchiesta. Era stata raramente da quelle parti e sempre per ragioni di partito, in mezzo alla confusione e all'entusiasmo.
Ora la mattina era nuda e silenziosa. Ligugnana, la piccola Russia, le si apriva davanti, estesa, piena di grandi piazze e strade sassose, biancheggianti al sole, con le povere case dagli intonaci scrostati,senza stalle o cortili, perché non era abitata da contadini ma solo da braccianti e operai.
Qualche orticello esponeva qua e là, al sole, il suo ultimo verde quasi grigio, e nella grande spianata erbosa davanti alle Scuole, dei ragazzetti giocavano al pallone; presso il Montenegro c'era un carretto con le stanghe alzate e un vecchio seduto sullo scalino. Altre persone non si vedevano. Pina non sapeva a chi rivolgersi per cominciare il lavoro. Sentiva il cuore oppresso da una profonda e muta inquietudine: quei grandi vuoti tra le case, quel sole stanco, quegli interni neri di fumo e di miseria; ecco dunque com'era la vita quotidiana di Marco, di Silvano, di tutti gli altri giovani compagni che lei aveva conosciuto nei momenti di entusiasmo, di comunione e di festa. Era lì che essi ricadevano; in quella specie di piccolo penitenziario, bianco e silenzioso,  senza più amore reciproco, senza fiducia."


Il racconto Un articolo per il "Progresso", steso tra il 1948 e il 1948, era tra le carte destinate probabilmente a confluire nel romanzo Romans. E' stato pubblicato postumo nel 1994 insieme a quel romanzo grazie alla curatela di Nico Naldini.
Il Montenegro, cui si allude nel testo, è l'osteria del paese dove si reca la protagonista Pina.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Un articolo per il "Progresso", in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. II, p. 321-322