Cimitero di Casarsa

Casarsa della Delizia

Il Cimitero di Casarsa della Delizia si trova poco fuori del centro abitato, lungo la via che porta a Valvasone, al numero civico 97 di Via, appunto, Valvasone.
E’ meta del continuo pellegrinaggio dei tanti appassionati che vogliono rendere omaggio alla tomba di Pier Paolo Pasolini, che vi è sepolto dopo i funerali del 6  novembre 1975. La tomba del poeta, progettata dall’architetto friulano Gino Valle (1923-2003) alla fine degli anni Settanta, si trova a sinistra dell’ingresso. Si tratta di un sepolcro spartano, costituito da una lapide grigia posta sul terreno di una piccola isola verde, con la sola scritta nel carattere Bodoni caro allo scrittore PIER PAOLO PASOLINI  (1922-75). La lapide è accostata a una lapide gemella, quella del sepolcro della madre Susanna Colussi, defunta nel 1981 e di seguito posta accanto a Pasolini, con richiamo al profondo legame che tenne uniti per tutta la vita il figlio e la madre.
Nella voluta assenza di elementi decorativi, Gino Valle ha segnalato con due elementi la presenza del poeta. Da un lato, vi è una sottile striscia di marmo che,  partendo perpendicolarmente dalla tomba pasoliniana, si stacca tra la ghiaia del vialetto del cimitero, quasi a costringere il passante a fermarsi e gettare lo sguardo al luogo dove il poeta riposa. Dall’altro lato, vi è un alloro, antico simbolo arboreo dei poeti, che all’interno dell’aiuola ombreggia le due lapidi.

Nel cimitero di Casarsa è sepolto anche il resto della famiglia di Pasolini. A destra rispetto all’ingresso, in un loculo posto nella prima fila in alto, riposa il padre Carlo Alberto, deceduto nel 1958 a Roma, dove, dopo un periodo di penosa solitudine e incomunicabilità, aveva raggiunto il figlio nel 1952, cercando di recuperare il difficile rapporto precedente di incomprensione, seguito allo scandalo di Ramuscello. Sempre a destra rispetto all’ingresso, si trova il fratello Guido Alberto, ucciso nel febbraio 1945 da partigiani italiani filo-titini e  poi sepolto accanto ad altri cinque caduti casarsesi durante la Resistenza. La piccola edicola di questo sacello commemorativo è stata affrescata da Federico De Rocco, il pittore sanvitese amico di Pasolini.
In altri siti del cimitero vi sono i sepolcri anche di altri familiari di Pasolini: la nonna materna Giulia Zacco e le zie Chiarina, Giannina e Giannina, sorelle della madre Susanna Colussi.

Le parole di Pasolini

Morte del partigiano Ermes, mio fratello

"Quante volte ho pensato all'inaccettabilità dell'ingiustizia che pesa sulla morte del partigiano Ermes, mio fratello, a quanto sia inconciliabile la sua persona con la sua morte! Basti pensare che l'8 settembre egli era già nel campo di aviazione di Casarsa a rischiare la vita per portar via armi ai nazifascisti, e da allora non passò giorno che egli non dedicasse, con la purezza e la bontà del diciottenne, tutto se stesso alla Resistenza. Portava giornali e manifestini da Pordenone, dove studiava, a Casarsa e li spargeva per il paese durante il coprifuoco; continuava ad andare a rubare armi nelle caserme: faceva propaganda con un entusiasmo che era quasi imprudenza. E tutto questo in seno al PCI. La sua maturazione politica aveva bruciato le tappe: dalla turpe ignoranza in cui il fascismo immergeva i suoi giovani-fantocci egli era passato, senza crisi, quasi con la purezza, di un fatto naturale, alla luce dell'idea politica a cui la sua generosità senza riserve lo richiamava incessantemente.
[...] Vedo in lui tutta la storia della nostra esistenza familiare, la nostra educazione, gli ideali alla cui luce si viveva quasi disumanamente, senza cioè quegli egoismi e quelle distrazioni, magari invidiabili, che rendevano i nostri compagni diversi da noi. Noi avevamo sempre rivolto il pensiero a non so che imprese eroiche e generose, i nostri giochi erano sempre crudelmente interessati al realizzarsi di una fantasia ossessionata dal Buono e dal Cattivo. Ma ora mi accorgo quanto la natura di Guido fosse sincera e intatta, e quanto assolutamente  egli credesse alla verità della nostra storia familiare e alla certezza dei nostri ideali. Vedendolo camminare da Musi a Porzùs verso una morte che egli avrebbe scelta per essere fedele a una vita così breve ma così creduta, qualche volta non mi sembra di resistere all'angoscia, e mi sembra che per lui sua madre, i suoi libri, i suoi divertimenti debbano avere più valore di qualsiasi cosa al mondo; e allora lo chiamo perché torni indietro verso Musi: «Guido!» lo chiamo. Ma Ermes continua a camminare dritto, sicuro, senza  pentimenti".


L'articolo, con il titolo Una lettera al direttore del "Mattino del Popolo" (Ermes tra Musi e Porzùs), uscì su "Il Mattino del Popolo" dell'8 febbraio 1848.
Pasolini ricorda con dolore ancora straziato la figura del fratello Guido, nome di battaglia partigiana Ermes, a distanza di tre anni dalla sua morte.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Una lettera al direttore del "Mattino del Popolo" (Ermes tra Musi e Porzùs), in  Un paese di temporali e di primule, Guanda, Parma, 1993, pp. 184-185.

Il destino di Guido

"Carissimo Luciano,
ho ricevuto la tua lettera del 14 luglio, carissima, consolantissima. Cerca di scrivermi spesso, anche se la posta è così lenta. Quante cose mi dici di te; ed io di me non ho nulla da raccontare, e l'unica cosa la sai. La disgrazia che ha colpito mia madre e me, è come un'immensa, spaventosa montagna, che abbiamo dovuto valicare, e quanto più ora ce ne allontaniamo tanto più ci appare alta  e terribile contro l'orizzonte. Non posso scriverne senza piangere, e tutti i pensieri mi vengono su confusamente come le lacrime. Dapprincipio non ho potuto provare che un orrore, una ripugnanza a vivere, e l'unico, inaspettato conforto era credere nell'esistenza di un destino a cui non si può sfuggire, e che quindi è umanamente giusto. Tu ricordi l'entusiasmo di Guido, e la frase che per giorni e giorni mi è martellata dentro, era questa: Non ha potuto sopravvivere al suo entusiasmo. Quel ragazzo è stato di una generosità, di un coraggio, di una innocenza, che non si possono credere. E quanto è stato migliore di tutti noi; io adesso vedo la sua immagine viva, coi suoi capelli, il suo viso, la sua giacca, e mi sento afferrare da un'angoscia così indicibile, così disumana. Credo che non potrò dirti niente per l'articolo che pensi di scrivere; mia mamma è qui che sfaccenda in cucina, e io devo fare sforzi tormentosi per non farmi veder lacrimare da lei."


La lettera, inviata a Luciano Serra da Versuta il 21 agosto 1945, fa riferimento alla morte di Guido, il fratello di Pasolini, ucciso il 12 febbraio 1945 da un gruppo di partigiani comunisti filo-titini in conseguenza dei fatti di Porzûs.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di Nico Naldini, Einaudi, Torino, 1986, p. 197.