Lettere 1940-1954

Einaudi, Torino, 1986

È il primo dei due volumi in cui il curatore Nico Naldini ha raccolto le lettere inviate da Pasolini  ai suoi numerosi corrispondenti - familiari, amici, letterati, artisti - nel corso della vita.
Preceduto da una accurata "Cronologia" introduttiva, organizzata dallo stesso Naldini, il prezioso repertorio del primo volume raccoglie la corrispondenza datata dal 1940 al 1954 e si rivela utile per documentare  la stagione giovanile della formazione di Pasolini, con particolare riferimento al periodo casarsese.
La data finale del 1954 è stato individuata come momento di cesura e di svolta soprattutto sul piano letterario, dato che dopo quell'anno vennero le esperienze nuove di Ragazzi di vita, Le ceneri di Gramsci e, poi, del lavoro nel cinema.

Citazioni tratte dall'opera

L'inaugurazione dell'Academiuta

A Sergio Maldini, Udine
Casarsa, 6 giugno 1947

“Sono appena tornato da Pordenone, anzi, dal sole. Mio padre con un tegamino in mano sta preparando la cena (ma il sole continua a entrare nella camera con una tranquillità incredibile; colora tutto di un giallo etereo, come se non dovesse mai più tramontare). Se tu immaginassi che calma! Sai, si odono dal cortile assolate le voci di alcuni uomini (felici perché fra poco ceneranno e perché hanno il corpo tiepido) miste ai canti ingenui degli uccelli. E’ un momento non mio, per questo te ne parlo così rozzamente. Ma era necessario che ti descrivessi ciò che è, hic et nunc, intorno al mio corpo? L’ho fatto perché tu non mi creda un’immagine. Sono vivo, capisci Sergio? Te ne do l’ultima prova: ho mal di stomaco, sento il tic-tac della sveglia.
(…) L’inaugurazione dell’Academiuta si farà Domenica, 16 giugno. Tu sai che partirà da Udine un torpedone della Filologica. Cerca di avvertire quegli altri tre o quattro gatti che s’interessano di poesia. Ad ogni modo verrò prima io a Udine.”


La lettera fu inviata da Pasolini all'amico Sergio Maldini il 6  giugno 1947. Contiene all'interno il riferimento all'inaugurazione della stanza dedicata alle riunioni dell' Academiuta di lenga furlana, ancora oggi visibile a Casa Colussi nella sua impostazione originaria.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di Nico Naldini, Einaudi, Torino, 1986, pp. 304-305.

Un "camerone" a casa di mia nonna

"Non ho voluto dormire nella solita camera, come s'usa. Ma a casa di mia nonna esiste un cosiddetto "camerone", non comunicante con il resto della casa ma a cui si accede per  mezzo di una scala esterna, come se ne vedono spesso nelle case di campagna. Lì sono solo, in compagnia del rumore delle oche. L'ho fatto scopare e pulire, mettere due brutte tende rosse alle finestre; portare un letto, un comodino, due tavolini, sedie, e sul  baule i miei libri: stanza-soffitta da bohemien rustico. Inarrivabile."


Il brano è tratto da una lettera inviata da Casarsa il 18 luglio 1941 all'amico Luciano Serra.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di Nico Naldini, Einaudi, Torino, 1986, p. 47

Ala sinistra col Casarsa

"Non leggo molto; molto meno di quel che mi ripromettevo; in compenso la mia vita empirica è molto varia e bella. Ho giocato, con discreta abilità, ala sinistra col Casarsa avendo perso 4-0 con Azzano Decimo. Domani, domenica partita con Camino."


Il brano è  tratto da una lettera all'amico Luciano Serra, inviata da Casarsa nel luglio 1941.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di Nico Naldini, Einaudi, Torino, 1986, p. 61

Il secondo goal su azione personale

"La mia vita qui si svolge lietamente come sempre. Vi accludo, qui, in nome del nostro giovanilissimo eredismo questo trafiletto del Popolo del Friuli, che fra l'altro è errato, e bisogna modificarlo in questo senso: "Il primo punto lo segnò Cecchet su calcio di rigore al 20°; successero dei tumulti, in campo tra giocatori, arbitro e spettatori; ma, ristabilita la pace, pochi minuti dopo, Pasolini, su azione personale segnava il secondo goal. Nella ripresa era di nuovo Cecchet che segnava il terzo punto ecc. ecc.".
Continuo a dipingere e ad essere abbastanza contento dei quadri con cui riempio le nude pareti della mia stanza alla "bohème"."


Tramite il corrispondente Luciano Serra, con lettera inviata da Casarsa il 20 agosto 1941, Pasolini informa gli amici bolognesi delle sue imprese calcistiche con il Casarsa. Con la parola "eredismo" Pasolini allude al progetto della rivista "Eredi" che, insieme a Francesco Leonetti, Roberto Roversi e lo stesso Serra,  Pasolini aveva meditato di fondare a Bologna nel 1941 ma che in realtà non andò mai in porto.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di Nico Naldini, Einaudi, Torino, 1986, p. 83

Il corpo giovane di Ippolito Nievo

Ieri ho visto la fontana di Venchiaredo dove il corpo giovane di Ippolito Nievo ha schiacciato l'erba e ha respirato; allora lui era giovane, lui rideva, lui non pensava neanche lontanamente - e non sarebbe stato ridicolo che l'avesse pensato? - che anche per lui avrebbe dovuto giungere la morte. E infatti è giunta. Io non  posso vivere perché non riesco e non riuscirò ad abituarmi a pensare che anche per me c'è un tempo, una morte.
Gettato così in mezzo a questi pensieri, che, bada, non mi lasciano.


Il brano è tratta dalla lettera inviata da Casarsa il 4 giugno 1943 all'amico bolognese Franco Farolfi.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di Nico Naldini, Einaudi, Torino, 1986, p. 173

Quei quindici giorni militari

"Da quei giorni che serie di avvenimenti! Sono qui illeso, da due mesi -ormai- e la mia vita è come prima. Ma che avventura quei quindici giorni militari! Ora sono così riequilibrato che sto aprendo perfino una scuola media privata per gli studenti di qui!"


Nella lettera, inviata da Casarsa il 29 ottobre 1943 a Fabio Luca Cavazza, Pasolini allude al servizio militare a Livorno, da cui era rocambolescamente fuggito dopo l'8 settembre, raggiungendo Casarsa con mezzi di fortuna e a piedi.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di Nico Naldini, Einaudi, Torino, 1986, p. 186

Paura dei rastrellamenti

"Stanotte sono venuti per arrestarmi, ma io ero a Versuta, nascosto lì per paura dei rastrellamenti. Oggi io, Pino, Gastone etc. abbiamo avuto interrogatori etc., con l'accusa di aver messo noi i bigliettini per le strade. Però, grazie a Dio, la nostra innocenza è emersa, e adesso siamo liberi. Ti racconterò i particolari tragicomici.
Dovresti farmi un piacere: parlare ai professori di San Vito di questi due ragazzi Ovidio Colussi e Giovanni Cappelletto; due bravi giovani, seri e diligenti. Io non ti chiedo una banale raccomandazione. Basterà che tu accenni loro la serietà dei giovani, e, perlomeno, l'ambizione della nostra preparazione."


Il brano è tratto da una lettera inviata da Casarsa nel maggio 1944 a Federico De Rocco, amico e pittore di San Vito al Tagliamento.
Il ragazzo casarsese Ovidio Colussi, che viene citato nella lettera, sarebbe in seguito diventato un interessante scrittore e poeta in lingua friulana.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di Nico Naldini, Einaudi, Torino, 1986, p. 196

Lo Stroligut dolce, piccolo e bello

"Carissimo Rico,
come stai? Dove sei? Io, a Versuta, definitivamente sfollato. Quanto a salute, non male; anzi, bene. Quanto a morale, anche, quando tutto è calmo, cioè raramente. Del resto, molta paura. Paura di lasciarci la pelle, capisci, Rico? E non soltanto la mia, ma quella degli altri. Siamo tutti così esposti al destino, poveri uomini nudi.
Eccoti lo "Stroligut", cioè un momento di calma e di piacere estetico: non è l'unico piacere che ci rimane? E allora lo Stroligut, dolce, piccolo e bello, non sarà stato una cosa inutile.
Le spese sono state salate; potresti comprarmi alcune copie, e fare un po' di reclame? Certo tu, col tuo cupo pessimismo, riderai di queste fanciullaggini. Ma, insomma, Tedeschi o non Tedeschi, morte o non  morte speriamo di trovarci questa primavera sugli alberi del tuo orto a mangiar ciliege con il mondo in pace."


La lettera fu inviata a Federico De Rocco nell'ottobre 1944 da Versuta, dove Pasolini con la madre si rifugiò in quel periodo.
La rivista a cui si fa riferimento nel passo è il secondo numero dello "Stroligut di cà da l'aga", uscito nell'agosto 1944.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di Nico Naldini, Einaudi, Torino, 1986, p. 196

Il destino di Guido

"Carissimo Luciano,
ho ricevuto la tua lettera del 14 luglio, carissima, consolantissima. Cerca di scrivermi spesso, anche se la posta è così lenta. Quante cose mi dici di te; ed io di me non ho nulla da raccontare, e l'unica cosa la sai. La disgrazia che ha colpito mia madre e me, è come un'immensa, spaventosa montagna, che abbiamo dovuto valicare, e quanto più ora ce ne allontaniamo tanto più ci appare alta  e terribile contro l'orizzonte. Non posso scriverne senza piangere, e tutti i pensieri mi vengono su confusamente come le lacrime. Dapprincipio non ho potuto provare che un orrore, una ripugnanza a vivere, e l'unico, inaspettato conforto era credere nell'esistenza di un destino a cui non si può sfuggire, e che quindi è umanamente giusto. Tu ricordi l'entusiasmo di Guido, e la frase che per giorni e giorni mi è martellata dentro, era questa: Non ha potuto sopravvivere al suo entusiasmo. Quel ragazzo è stato di una generosità, di un coraggio, di una innocenza, che non si possono credere. E quanto è stato migliore di tutti noi; io adesso vedo la sua immagine viva, coi suoi capelli, il suo viso, la sua giacca, e mi sento afferrare da un'angoscia così indicibile, così disumana. Credo che non potrò dirti niente per l'articolo che pensi di scrivere; mia mamma è qui che sfaccenda in cucina, e io devo fare sforzi tormentosi per non farmi veder lacrimare da lei."


La lettera, inviata a Luciano Serra da Versuta il 21 agosto 1945, fa riferimento alla morte di Guido, il fratello di Pasolini, ucciso il 12 febbraio 1945 da un gruppo di partigiani comunisti filo-titini in conseguenza dei fatti di Porzûs.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di Nico Naldini, Einaudi, Torino, 1986, p. 197.

La vera vita dell'uomo

"Mio caro Tonuti,
[...] Non so ancora il giorno preciso del ritorno. Ma sento che fra qualche giorno quando sarò sazio di quadri, di concerti, di recite, sentirò molto la nostalgia della mia tranquilla campagna. Adesso mi sembra impossibile, mentre sono immerso nell'abbagliante fulgore di un teatro, che al mondo ci sia qualcuno che governa delle mucche, che sta a cucire, la sera, presso il focolare, che innesta le piante ... Eppure la vera vita dell'uomo è quest'ultima."


Il brano è tratto da una lettera inviata a Tonuti Spagnol, allievo di Versuta, il 3 aprile 1946 da Roma, dove Pasolini si era recato ospite dello zio Gino Colussi.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di Nico Naldini, Einaudi, Torino, 1986, p. 245.