Stazione ferroviaria

Casarsa della Delizia

Casarsa è un importante nodo ferroviario, posto sulla linea direttrice Venezia-Udine, ed è capolinea della linea per Portogruaro; in passato vi era anche una linea per Gemona, ora in disuso.
Oggi vi sono due stazioni ferroviarie: Casarsa (la stazione principale) e San Giovanni di Casarsa  (posta sulla linea per Portogruaro). Per un breve periodo, a partire dall’occupazione austriaca del 1917-1918, dopo la rotta di Caporetto,  Casarsa ebbe anche un’altra stazione, chiamata Casarsa Nord, sulla linea per Gemona del Friuli, smantellata completamente pochi anni dopo.
Durante la seconda guerra mondiale, la stazione fu pesantemente bombardata dall’aviazione anglo-americana.

Le parole di Pasolini

Casarsa, il "paìs" al centro di tanti piccoli borghi

"III. 2. Ciasarsa a par messa propri tal mies di ducius chistus paesùs. Coma tal centri di una circonferenza i ragios, tantis stradutis la lein a chei. Lunc il cors dal Tajamint, par la strada di Spilumberg, vers li montagnis, eco Valvason. Antic paìs, scur, cun biela e palida zent. Li ciasis vecis e tristis  a an dutis i portics, pissuis e scurs. In mies, il castel, abitàt adess da puora zent, col fossal plen di erbatis. Pasin in mies a li plassutis, e aghis verdis e vecis ca passin ca e la [...] fra li ciasis. Da Valvason, i podin scuminsià il giru, che, avint par centri Ciasarsa, al finis, n’altra volta dongia l’aga, a San Vit: e diciu chistus paesùs a an la so strada ca li leia al nustri paìs. […]

V. Forsi enciamò un dusint pass in davour vers Udin, e prima di rivà al Municipi, a si jodeva na strada cha va in sò, encia ic, vers Pordenon: chistu a è il Borc, dula ca son la Lataria e il Forno. Sint enciamò indavour si tornarà ta la plassa da la Bandiera; ulì, ad angul ret cul stradon, a è una strada, "Via Roma", ca ni puartarà a la Stasion, cun un gran plassal devant e cun grandis ciasis abastansa novis: la Stasion, l’Alberc “Leon d’Oro”, la ciasa dai feroviers. Dal plassal a si va, passant la ferovia, vers San Zuan. Pi in là una straduta va al Dopolavoro, al Cine. Fra la plassa da la Bandiera e il plassal da la Stasion, una strada squasi di ciampagna a puarta vers la Glisiuta, - na vecia capela – li Scuelis, la Canonica. Prima di entrà tal paìs da la part di Udin i erin passas dongia il Borc da li Agussis, il pì grassious, vert e rustic di Ciasarsa, cun salici e aghis.

IX. Li ciasis in mies dal paìs a no son ne vecis ne novis; ciasi di porès. Nissuna grasia, nissun louc singular ta la so disposision. Il casu pi vuarp [...] a li à tacadis una a che altra. Il paìs a si stend da Nord a Sud perpendicular al stradon asfaltat ch’al va a Udin, che, cun na dopla curva a passa propit in miès da li dos plassis pi importants dal paìs. Vignint da Udin si incuntra prima la plassa de la Bandiera, largia e grisa, e po, davour dal stradon asfaltat, si riva a la plassa dal Munissipi, dulà ca è encia la Glisia, il monumint, la ciasa dai cons; il stradon, tajand il borc Pordenon, al va propri vers Pordenon e po Venesia; il borc Pordenon a è un’unica strada, largia, cu lis ciasis vecis, grisis, fracadis. Ma, se, rivas alla plassa dal Munissipi, inveci di zi in devant, si va su a destra, si rivarà tal borc Valvason, ta la strada,appunt, ca va a chel paìs. Il borc al è puaret e scur, cu li ciasis forsi pì vecis dal paìs. Pì di là si va encia al cimiteri nouf."

[Tr.: III.2. Casarsa sembra messa proprio nel mezzo di tutti questi paesetti. Come i raggi  nel centro di una circonferenza, tante stradine la legano a quelli. Lungo il corso del Tagliamento, per la strada di Spilimbergo, verso le montagne, ecco Valvasone. Antico paese, scuro, con gente bella e pallida. Le case vecchie e tristi hanno tutte i portici, piccoli e scuri. In mezzo, il castello, abitato ora da povera gente, con il fossato pieno di erbacce. Passiamo in mezzo alle piazzette, e acque verdi e vecchie, che passano qua e là […] fra le case. Da Valvasone, possiamo  cominciare il giro, che, avendo per centro Casarsa, finisce, un’altra volta vicino all’acqua, a San Vito: e tutti questi paesetti hanno la loro strada che li lega al nostro paese. […]

III. Forse ancora duecento passi indietro alla volta di Udine, e prima di arrivare al Municipio, si vedeva una strada che va in giù, anche lei, verso Pordenone: questo è il Borgo, dove ci sono la Latteria e il Forno. Andando ancora indietro si tornerà nella piazza della Bandiera; lì, ad angolo retto con lo stradone, c’è una strada, “Via Roma”, che ci porterà alla Stazione, con un grande piazzale davanti e con grandi case abbastanza nuove: la Stazione, l’Albergo “Leon d’Oro”, la casa dei ferrovieri. Dal piazzale, si va, oltrepassando la ferrovia, verso San Giovanni. Più in là una stradina va al Dopolavoro, al Cinema. Tra la piazza della Bandiera e il piazzale della Stazione, una strada quasi di campagna porta verso la chiesetta – una vecchia cappella – le Scuole, la Canonica. Prima di entrare nel paese dalla parte di Udine eravamo passati accanto al Borgo delle Aguzze, il più grazioso, verde e rustico di Casarsa, con salici e acque.

IX. Le case in mezzo al paese non sono né vecchie né nuove; case di poveretti. Nessuna grazia, nessun luogo singolare nella sua diposizione. Il caso più cieco […] le ha unite l’una all’altra. Il paese si stende da Nord a Sud perpendicolarmente allo stradone asfaltato che porta a Udine, che, con una doppia curva passa proprio in mezzo alle due piazze più importanti del paese. Arrivando da Udine si incontra prima la piazza della Bandiera, larga e grigia, e poi dietro lo stradone asfaltato, si arriva alla piazza del Municipio, dove c’è anche la Chiesa, il monumento, la casa dei conti; lo stradone, tagliando il borgo Pordenone, va proprio verso Pordenone e poi Venezia; il borgo Pordenone è un’unica strada, larga, con le case vecchie, grigie, schiacciate. Ma, se, arrivati alla piazza del Municipio, invece di andare avanti, si va a destra, si arriverà al Borgo Valvasone, nella strada, appunto, che va a quel paese. Il borgo è povero e scuro, con le case forse, più vecchie del paese. Più in là si arriva anche al cimitero nuovo.]


Quasi con la perizia di un cartografo, Pasolini delinea con precisione la mappa geografica dei piccoli paesi che fanno corona intorno a Casarsa e le si collegano attraverso un reticolo di strade e viottoli.
Il brano in friulano è tratto dal manoscritto Vita, ora custodito nell'Archivio del Centro Studi Pasolini di Carsarsa e rimasto inedito fino al 1995, quando è stato pubblicato nel volume Ciasarsa, San Zuan, Vilasil, Versuta curato da Gianfranco Ellero per le edizioni della Società Filologica Friulana.

Edizione consultata:

Ciasarsa, San Zuan, Vilasil, Versuta, a cura di Gianfranco Ellero, Ed. Società Filologica Friulana, Udine, 1995, pp. 469-475.

Un luogo assoluto dell'universo

“Ricordo il mio primo treno: sono in uno scompartimento di legno con mia madre: mio fratello, no, non c’era. Avevo quindi meno di tre anni. Ma doveva essere la seconda volta che andavo a Casarsa, perché avevo già dei ricordi. Il treno era perfettamente verticale, rispetto alla mèta: ed era la linea più breve che congiungesse il punto di partenza (Bologna? Belluno?) al punto d’arrivo. Ma di Casarsa, non avevo altro ricordo che la casa di mia madre, e soprattutto la botteguccia di merceria di mia zia, a pianterreno. Sicché il treno puntava direttamente verso questa: le rotaie vi arrivavano fin contro la porta aperta e un po’ sgangherata, dipinta di un color verdolino ormai ridotto a un pulviscolo, i vetri pieni di file di cartoline con cuori, rose, ragazze e soldati. Andava dritto lì dentro, in quella bottega di mia zia, perduta in fondo alla terra, alle mie spalle: davanti a me, vicina, c’era mia mamma, che sapeva, che era una di color che sanno, anzi lo era per definizione. Era giovanissima: una bambina anche lei -tanto più che lo è tuttora. Ricordo che era vestita di chiaro, con la sua eleganza di quegli anni (1925,1926). Le rotaie, che puntavano drittissime su Casarsa, come su un luogo assoluto dell’universo, correvano in una campagna assolata: la prima campagna del mondo, appena creata. La vedevo per la prima volta in tutta la storia umana. Era una campagna verde ma bruciata, con dei cespugli sotto l'argine della ferrovia, le cui traversine dovevano ardere al sole. Probabilmente poco più in giù, cominciavano le file di gelsi e di vigne, e le macchie dei boschetti lungo le rogge. Ma io non vedevo altro che una grande radura erbosa, bruciante, irta di qualche polveroso cespuglio che arrivava fin sotto la scarpata. E l'odore di quel caldo mi pareva stupendo, come la vita stessa."


Il treno di Casarsa venne richiesto a Pasolini nel 1957 dalla Direzione Generale delle Ferrovie dello Stato, che aveva progettato un volume antologico sul viaggio in treno e aveva ottenuto il contributo di numerosi scrittori italiani.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Il treno di Casarsa, in Un paese di temporali e di primule, a cura di Nico Naldini, Guanda, Parma, 1993, pp. 162-163.

La nostra poetica scuola

"Io abitavo nella casa dei B. (due giovani sposi con due figlioletti) presso cui (...) avevo preso in affitto una camera fin dall'autunno del '43, subito dopo l'armistizio, prevedendo non tanto la gravità dei bombardamenti quanto quella della ritirata tedesca; ma non ci stabilimmo laggiù che appunto nell'Ottobre dell'anno successivo. Una ventina di giorni dopo cominciammo a far scuola ai ragazzi di Versuta, due dozzine in tutto. Io avevo dai nove ai dodici scolari (i più grandi), tra cui G., sfollato coi suoi da C., nella nostra stessa  casa, e tenevo le mie lezioni nella povera stanza che ci serviva da cucina e da camera da letto. Non credo di essermi mai comportato con tanta dedizione come con quei fanciulli, che del resto mi erano assai grati per questo; li introdussi a una specie di gergo, di clan, fatto di rivelazioni poetiche e di suggerimenti morali - forse un po' troppo spregiudicati: finii col divertirmi sommamente perfino durante le lezioni di grammatica. Non parlo poi del reciproco entusiasmo alle letture di poesia; mi arrischiai a insegnare loro, e le capirono benissimo, liriche di Ungaretti, di Montale, di Betocchi ... Quando venne la bella stagione (erano gli ultimi di Marzo: ho davanti agli occhi i peschi  e i mandorli degli Spagnol che reggevano il loro scarlatto e il loro candore sul verde appena visibile) andammo a far scuola in quel casello tra i campi di cui ho già parlato. Era molto piccolo e ci si stava appena; ma spesso uscivamo sul prato e ci sedevamo sotto i due enormi pini appena sfiorati dal vento.
Ora, di quella stagione, mi sembra tutto perfetto: anche i bombardamenti. Protetti dalla mia presenza, i ragazzi guardavano divertiti i paurosi caroselli dei caccia,  eccitandosi alle "picchiate" che scuotevano la campagna alle radici: il Ponte, C., Cusano, Madonna di Rosa, erano continuamente bersagliati,  colpiti, percossi dalle bombe.  Noi guardavamo i pennacchi di fumo massiccio che si erigevano dal vicino orizzonte. Mi pare che quei giorni fossero sempre sereni, dolcemente celesti. Non mi riesce sgradevole nemmeno il ricordo delle formazioni che per ben sei volte sotto i nostri occhi bombardarono la stazione di C., a poco più di un chilometro da noi; e noi vi si assisteva fuori dalla porta della nostra poetica scuola."


Il brano, tratto da Atti impuri,  si riferisce alla libera scuola che Pasolini creò a Versuta per i ragazzi cui la guerra impediva le lezioni regolari.
La "C" puntata è naturalmente Casarsa,mentre la lettera "B." allude alla famiglia Bazzana nella casa della quale Pasolini fu ospitato con la madre.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Atti impuri, in Romanzi e racconti, a cura di W. Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, pp. 24-25.

Ogni estate, si giungeva alla casa materna

"Mi vedo, appena sceso dal treno, lungo la via tanto famigliare per dove, all'inizio di ogni estate, si giungeva alla casa materna; ora sul paese si stendeva come un'immensa piaga luminosa nel cui grembo sonoro camminavano ragazzi con abiti e berretti di pelo che io non avevo mai visto. Insieme a Guido salii nella vecchia stanza che ci aveva accolti a ogni estate un poco più grandi, e mi addormentai subito, sfinito com'ero dal viaggio notturno.  Oh, il risveglio in quella luce fredda e candida! Ristorato dal sonno, mentre il meriggio volgeva alla sera, sentivo respirare intorno a me una vita la cui troppa famigliarità mi dava una specie di struggimento. Col cuore devastato dall'emozione riconoscevo i vecchi gesti (e li interpretavo in un ordine particolarissimo di affetti e ricordi: indizi di avvenimenti cari e dimenticati); riconoscevo gli odori serali del fumo, della polenta e del gelo; riconoscevo le inflessioni della lingua, le sue vocali aperte, le sue sibilanti che giungevano, in un attimo di strana lucidità, a sfiorare  il senso segreto, inesprimibile, nascosto in tutto quel mondo. Tutto ciò mi pareva un'avvisaglia di gioie future, di avventure minime ma capaci di straordinarie consolazioni; ne ero certo."


Nel brano, tratto dalle pagine di Atti impuri, Pasolini rievoca le promesse di felicità delle vacanze estive che ogni anno lo portavano a Casarsa insieme  al fratello Guido.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Atti impuri, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S.De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. I, pp. 34-35.

Quattro ciglia rosse della ferrovia

"Da ragazzo si inebbriava sull'Atlante; e benché preferisse perdersi nell'intenso azzurro del Pacifico o nel rosa da calcomania dell'Australia e della Polinesia, chiusi nell'incantevole reticolato dei paralleli e dei meridiani, tuttavia non era raro che si decidesse a sfogliare l'Atlante fino alla figura dell'Italia, e lì cercasse con avidità i cerchiolini delle città che gli erano care. Si sentiva allora crudelmente offeso che Bologna, dov'era nato, non fosse segnata col bel quadrante irregolare di Roma, Milano o Genova; ma era in compenso molto soddisfatto nel vedere che la piccola Casarsa, sia pure con un anello minimo, era segnata nel centro del Friuli all'incrocio dei sottili fili rossi delle linee ferroviarie. Il meccanismo di quelle sue soddisfazioni, rimaste nitide nella memoria, consisteva nel riconoscere in emblema una realtà della quale era realmente un testimone. L'anellino di Casarsa, con le quattro ciglia rosse della ferrovia, non era forse una traduzione di quella Casarsa enorme e umida dove egli, bambino, esisteva? Traduzione, e quindi gioco, divertimento, miracolo."


Il brano, tratto dalla prosa diaristica I parlanti, fa entrare nella passione geografica di Pasolini, che rivede se stesso bambino impegnato nella perlustrazione dell'Atlante e nella ricerca dei simboli collegati ai luoghi della sua gioventù.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, I parlanti, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. II, pp. 186-187.

San Giovanni: il genio dell'estate paesana

"Al di là della stazione, percorso il lungo e squallido viale dal linguaggio franco che unisce i due paesi, si entra in San Giovanni. Che allegrezza, se non sempre espressa, certo sempre sospesa nell'aria di San Giovanni! Che possibilità continua di incontri fortunati con compagnie propense ai più caldi e sgolati cameratismi! Ci sono certe sere d'estate in cui, dopo aver aver attraversato tre o quattro paesi in bicicletta,  accade di passare per San Giovanni e di sentirvi in tutta la sua serena estensione di luci, di canti a mezza voce, di rumori perduti nelle loro vibratili risonanze dentro un'atmosfera di polvere, di rugiada, il genio dell'estate paesana.  Non c'è borgo che possa paragonarsi a San Giovanni per freschezza di estro nel congegnare i gruppi di amici tra le ombre della grande piazza, nel popolare le strade,  nell'alzare gridi improvvisi da qualche orto perduto nel tepore, nell'evocare motivi di canzoni accennate da lontano da compagnie riunitesi al punto esatto perché la loro eco giunga nel paese carica di nostalgie senza rancore, come un disegno d'argento scintillante ai margini del  borgo. Del resto in ogni ora del giorno e in ogni stagione, non appena entrati in Colle, si respira un'aria di novità allegra e di disposizione alla rottura delle abitudini feriali: vi regna perenne la nostalgia della Domenica e la freschezza della vacanza. L'eco delle risate, delle sfide, dei pugni che battono la mora, non vi dilegua mai."


Nel brano, tratto dalla prosa I parlanti, Pasolini esprime la sua adesione all'allegria, umana e linguistica, che gli sembra caratterizzare la gioventù di San Giovanni, frazione di Casarsa.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, I parlanti, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], v. II, pp. 182-183.

E finalmente la stazione nuova

"Passò il lungo stradone, passò San Floreano con la sua gran piazza sulla roggia e l'osteria, passò la strada tutta a curve, tra gallerie di verde, che conduceva a Casarsa; ed ecco i primi muri di Casarsa, affumicati, di sasso, sulla strada asfaltata, ecco borgo Pordenone, con le sue facciate strette, vecchie, i grandi porticati, i contadini che tornavano sui carri pieni di fieno, qualche militare, qualche signore, come a Rosa non se ne vedono mai: e finalmente la stazione nuova, nel piazzale bianco di polvere e di calce, silenzioso come un lazzaretto. Sugli scalini della stazione c'erano le due suore che aspettavano Cecilia, tutte sudate e ansiose. La carretta andò a fermarsi davanti a loro, e Nisiuti scese a dare un po' di fieno al cavallo, in fretta, per godersi la vista della stazione, del bar, dei treni. Tutto il gruppo delle ragazze e delle suore andò a mettersi lì, in paziente e preoccupata attesa, dentro l'ingresso della stazione, vuoto, che ardeva come un forno."


Il brano descrive il malinconico addio di Cecilia, la ragazza delusa nel suo sogno d'amore che sceglie di farsi suora e lascia per sempre il paese. La situazione è intrisa di struggente tenerezza, tono sentimentale "al femminile" che prevale nella seconda parte del romanzo Il sogno di una cosa da cui la pagina è tratta.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Il sogno di una cosa, in Romanzi e racconti, a cura di W.Siti e S. De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano, 1998 ["I Meridiani"], vol. II, pp. 150-151.

L'esplosione di Charleroi

"Ricordo il giorno in cui sono partiti. La stazione di Casarsa era piena di gioventù. Quelli di San Giovanni  erano i più allegri: splendidi come pioppi avevano attorcigliati attorno ai colli i fazzoletti rossi e viola e reggevano i bagagli come aratri.  I casarsesi erano più muti, sornioni: solo quelli delle Aguzze reclamavano intorno a sé l'aria dell'addio lanciandosi frasi corte come ruggiti. Alessio, sfolgorante nel suo biondo, non riusciva a far dimenticare intorno alla sua persona il vigneto dei Tamajòt, biondo di pinogrigio e nostrano; Bruno Cesarin e Davide, vicini di casa, e ora probabilmente di posto nel treno, rivolti torvamente alle immense distanze che li aspettavano, la Lombardia, la Svizzera ... Se ne stavano tutti in gruppo, una trentina, davanti alla stazione bombardata, con intorno un nugolo di amici, e più in disparte, le donne ammutolite.
L'accelerato comparve in fondo ai binari, col suo pennacchio di fumo; era l'ultima volta che lo sentivano rombare sul ponte delle Aguzze, e quando fu vicino, dagli sportelli si videro le facce ridenti e vivide degli altri emigranti, ragazzi di Cividale, di Gemona, di Palmanova, di Tarcento ... La locomotiva, sorda ai loro canti, puntava su Pordenone, e sull'alta Italia, verso il Nord; ansava in direzione di un 1948 nero di antracite, verso un 1949 rovesciato su una distesa fuligginosa di gru e di guglie, su un 1950 che l'esplosione di Charleroi copre di silenzio."


L'articolo, con il titolo Sopra il nostro capo due chilometri di terra, apparve su "Il Quotidiano" del 22 maggio 1950. E' ripreso nella raccolta Un paese di temporali e di primule, curata da Nico Naldini, con il nuovo titolo di Davide in Belgio.
Pier Paolo Pasolini scrisse questo testo nel 1950, dopo la morte in miniera di trentanove lavoratori a Charleroi, in Belgio. Al centro è un ragazzo friulano, Davide, che torna a casa dal duro lavoro all'estero per qualche giorno e poi riparte dalla stazione di Casarsa con altri giovani emigranti.
Sei anni dopo, l'8 agosto del 1956, nella sciagurata miniera di Marcinelle morirono 262 uomini, di cui 136 sono italiani.

Edizione consultata:

P.P.Pasolini, Davide in Belgio, in Un paese di temporali e di primule, Guanda, Parma, 1993, pp. 174-175.